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di Valeria Ballarati

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Odio gli Psicologi

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Odio gli psicologi che mentre tu parli di quello che hai mangiato a cena, loro si chiedono quanti conflitti irrisolti ti porti dentro. Quelli che se arrivi in ritardo ad un appuntamento di cui non te ne frega niente, ti dicono che si tratta di una resistenza inconscia. Quelli che per difendersi da una scelta cattiva danno del narcisista patologico alla persona con cui stanno uscendo ultimamente. Odio gli psicologi che incasellano il dolore della gente dentro le definizioni statistiche che trovano sui libri, perché denominare le cose fa stare meglio loro, e non la gente. Quelli convinti che se non riescono ad incasellare niente mica pensano che l’esistenza quando fa male non ha confini, ma che gli esperti stanno lavorando su come chiamarti quando sei triste in un certo modo. Quelli che parlano sempre di depressione e mai di tristezza, sempre di dipendenza e mai di cattivo amore, sempre di disturbo bipolare e mai di carattere di merda, sempre di ansia e mai di paura.

Odio  gli psicologi che fanno certe diagnosi ai bambini e a leggerle sembrano il curriculum di Vallanzanska, perché si dimenticano che sono bambini ed è normale che non ci vogliano stare zitti e muti seduti al banco per ore, spesso perché gli insegnanti sono annoiati e quindi annoiano, non perché sono deficienti nell’attenzione. Gli psicologi mica ci pensano a quanto fa male essere piccoli, che mica lo sai com’è essere grandi, e la vita che hanno è tutta quella che conoscono. E allora chiamiamoli deficienti, così crescono sempre con la stampella e quando la vita arriva davvero, loro davvero si sentiranno indietro. Speciali mai, solamente strani.

Odio gli psicologi che dicono che i vecchi di 90 anni soffrono di duemilacinquecento cose, ma come fate a dimenticarvi che se hanno campato fino ad oggi si possono permettere il lusso di svalvolare come cazzo vogliono. Ma chiamiamola come si chiama, si chiama paura di morire, che cazzo. E questo a che pagina sta del tuo manuale, eh?

Odio gli psicologi che pensano che per fare gli psicologi bisogna vestirsi da tristoni senza personalità, che ai convegni vagano come pecore in cerca del pastore e poi si invaghiscono del primo venditore di fumo. Tra tutti, odio quelli che si attaccano a falsi idoli imbevuti di presunzione e ignoranza ma li chiamano capi carismatici, mentre si fanno scucire migliaia di euro per avere qualcuno che ti infarcisce di ovvietà. Attaccati come le calamite di cattivo gusto al frigorifero, come una tribù di cozze attaccate allo scoglio. Rendetevi conto che sembrate i proseliti di una setta, più interessati alla scalata sociale che a fare di questo mestiere un’arte.

Odio gli psicologi che pensano ancora che la psicologia la possono chiamare scienza e non si concedono un minuto di umiltà che sia uno solo, cazzo, per rendersi conto che nel migliore dei casi è, appunto, un’idea di arte. Quindi non va copiata, va prodotta creativamente. Quelli che si affezionano ad un approccio, che nel mondo, di approcci di psicoqualcosa, ce ne sono centinaia. Ma come pensate di sceglierne uno che sia sempre valido sopra a tutti gli altri mentre lì fuori le persone non ne hanno centinaia di colori, ma migliaia e migliaia. Quelli che non capiscono che a furia di incasellare tutte le tristezze dentro a un nome che finisce per -patologia, producono il risultato opposto, invece di curare, lanciano esche di nomi altisonanti a cui la gente si affeziona per amore dell’identità e quindi alla fine il dolore lo creano invece che alleviarlo.

Odio quelli che non si leggono mai un libro che non sia di psicologia, che sottovalutano l’antropologia, la sociologia, l’etologia, la fisica, la filosofia, che non conoscono l’etimologia di nessuna parola, che la poesia non insegni niente sulla vita, che Shakespeare, la musica e le saggezze di tuo nonno non siano importanti per saper parlare.

Vi odio perché mi fate pensare che ho sbagliato tutto. Mi fate dimenticare di quello che sognavo quando ho scelto di fare il mestiere più folle del mondo e venire voglia di andare a costruire tutti muri di mattone dove servono, per il resto della vita, invece delle armature sterili con cui vi difendete dall’incertezza. Vi odio perché togliete la libertà a voi stessi e pensate di essere tanto fichi invece siete solo dei burocrati. Esattamente. Siete i peggiori di tutti perché vi sentite grandi esploratori dell’animo umano ma ogni mattina vi mascherate da impiegati e timbrate un cartellino che un giorno o l’altro vi farà sentire secchi dentro. Vi odio perché ve ne approfittate, siete come giovani reclute con il porto d’armi, abusate della vostra divisa e invece di pallottole sparate cazzate, che possono fare male come un colpo al cuore.

Vi odio perché è per tutti quelli come voi che la gente coltiva i pregiudizi per cui, quando ci presentiamo, pensano tutti troppo male o troppo bene. Non siamo quelli che capiscono senza parole, non siamo quelli che leggono nei pensieri, non siamo nemmeno i cani che danno del malato a chi è solo fuori dalla norma. I malati siete voi tutte le volte che applicate alle vite degli altri le regole rigide del positivismo, in cui tutto deve per forza essere spiegato e se non ci riuscite vi sentite male.

Odio gli psicologi che raccontano ad altri psicologi di quanti pazienti hanno e raccontano ad altri psicologi di quanto sono matti i loro pazienti, applicando solo sarcasmo e nessuna pietà oppure applicando solo compassione da quattro soldi e manco mezzo grammo di ironia. E quelli che nello studio ci mettono l’enciclopedia Treccani ereditata e mai aperta, ma ce la mettono perché fa lusso e fa cultura. Ma metteteci una pianta piuttosto e cominciate a vedere se sapere prendervi cura di lei, ovviamente senza senza fare diagnosi di mutismo selettivo e raccontarle che sicuramente è verde perché è verde di rabbia irrisolta. Odio quelli che nello studio invece ci mettono tutti i pezzi di carta che hanno collezionato negli anni, religiosamente inquadrettati  e rendono la parte così gonfia e pesante che sembra il catalogo punti Conad quando è fine stagione e il cassiere ti da il via libera per arraffare il set di pentole e coltelli. Ma porca puttana, si tratta pur sempre di una stanza, l’obiettivo è quello di arredarla e farla sentire accogliente. Siete come quelle famiglie che in salone tengono solo l’argenteria, tutto da mostrare e niente da raccontare.

Le persone che vi danno da lavorare non sono pazienti, sono degli eroi. Io li chiamo sempre eroi perché considero eroico alzare il culo dalla sedia e alzare il culo dai propri problemi, attraversare una città, trovare parcheggio, spendere dei soldi, tutto per risolvere problemi che alla fine tengono pure compagnia e non è mica facile dire addio. Eroe è chi fa tutto questo sapendo che dovrà parlare di cose che fanno male, davanti ad uno sconosciuto, in un ambiente chiuso, dove tutto pesa doppio e lo fa sapendo che molto probabilmente gli verrà voglia di piangere. I pazienti a volte potremmo essere noi, perché la pazienza è una virtù che serve quando tu vedi una soluzione ma il tuo eroe non è ancora pronto a scambiare un antico dolore con una nuovo capitolo tutto da scrivere.

Se avessi voglia di regalare a me stessa più tempo per odiare e meno per amare e fumare sigarette, allora credo che vi odierei di più ma lì fuori c’è un sole che scalda e io voglio imparare da lui che cosa vuol dire sentirsi tiepidi dentro, quindi oggi non ho più tempo per i vostri modi agghiaccianti.

FONTE

Commento:

E' una psicologa, il suo scritto é molto divertente. Io non odio gli psicologi, semplicemente credo che sbaglino (come dice lei), sopratutto quando dicono a noi Consulenti di Fiori di Bach BFRP: "ehi, un attimo, le emozioni sono competenza nostra!" (Cit.) 

Secondo me le emozioni sono competenza di chi le prova, cioé di tutti.

 

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Parole per pensare

"Pensate ancora una volta alla gioia che ciò porta a chiunque voglia poter fare qualcosa per coloro che sono malati. Questo dà loro il potere di essere guaritori fra i propri simili."

- Dr. Edward Bach, 1936

«Quanto siamo stanche io e te. Dovremmo riposarci un po’» dice Donatella a Beatrice mentre il Valium fa effetto sul lungomare di Viareggio all’imbrunire, è un dialogo che ti rimane dentro, come tutta La pazza gioia.

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«Quanto siamo stanche io e te. Dovremmo riposarci un po’» dice Donatella a Beatrice mentre il Valium fa effetto sul lungomare di Viareggio all’imbrunire, è un dialogo che ti rimane dentro, come tutta La pazza gioia.

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CENTAURY

per le persone molto gentili

dei quali altri possono approfittare