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di Valeria Ballarati

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Dei piccoli soli che bruciano ed emettono luce

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L'aula grande del Centro Studi è una parte dell'ala destra della Biblioteca, ovvero del portico sotto il tempio di Serapide. È un insieme di banchi di legno scuro sistemati a diversa altezza, in forma semicircolare. Ha l'aspetto d'un piccolo teatro, e al posto della scena due grandi tavoli di marmo bianco, dietro ai quali è fissata alla parete un'enorme lavagna nera; in alto, scolpito su una lastra di marmo adornata con girali di acanto, a caratteri cubitali, il pensiero di Aristotele:

«Tutti gli uomini aspirano per natura al Sapere».


Potrebbe contenere una cinquantina di studenti, ma adesso sono soltanto nove... e due sono ragazze! Ipazia, dopo avermi fatto conoscere uno per uno i miei futuri compagni di studi, ha voluto che sedessi in mezzo a loro. Penso che siano tutti poco più grandi di me, tranne — forse — una delle ragazze, Valeria, che sembra molto giovane.

Teone, dopo un breve discorso introduttivo teso a riassumere il significato di epistemologia, cede la parola alla figlia, mentre sulla sua faccia paffuta svaniscono le tracce d'una tensione interiore che cede il posto a una chiara soddisfazione. E mentre Ipazia parla, lui la segue attentamente, modellando con le labbra le parole che lei va scandendo, a volte precedendola.

«Sulla lavagna disegnerò uno schema che farà da riepilogo alle lezioni precedenti e in cui fisseremo alcune delle principali differenze tra le concezioni di Aristotele e Democrito, per poterle poi commentare con il vostro contributo. Dunque, sulla prima colonna scrivo "Un solo mondo..." sulla seconda, quella di Democrito, che devo scrivere?» e si gira, frugando tra gli allievi con i suoi occhi luminosi.

Un giovane che siede accanto a me, Nicandro, risponde: «Più mondi possibili».

«Puoi chiarire il concetto di Democrito, con poche parole?».

«Gli atomi che, come ci hai spiegato, vogliono dire "indivisibile", muovendosi nel vuoto, incontrandosi e scontrandosi, aggregandosi e disgregandosi in una vibrazione o pulsazione eterna, generano mondi infiniti».

«Puoi completare tu, Valeria, questo concetto?».

La ragazza continua l'esposizione di Nicandro: «Quando gli atomi si muovono nel vuoto, creano dei vortici, e questi vortici generano dei mondi, infinitamente vari e diversi tra di loro. Questi mondi — composti di vuoto e atomi — sono destinati a scindersi e distruggersi».

«E quindi, cosa potremmo scrivere per riassumere?».

«Per esempio, parlando del vuoto, potremmo scrivere che per Aristotele è impossibile questo concetto, mentre per Democrito il vuoto è indispensabile».

«D'accordo, scriviamolo dunque...» e con il gesso completa il rigo sulla lavagna.

Nel breve trascorrere di due clessidre, coinvolgendo quasi tutti gli allievi, Ipazia riempie le due colonne. Poi depone il gesso sul bordo superiore della lavagna, si sfrega la punta delle dita e ci fissa con uno strano sguardo di sfida: «Guardiamo bene la tabella. Un ottimo lavoro riassuntivo che ci è servito a configurare due visioni alternative e conflittuali non solo della scienza, ma del mondo, della vita in generale... e della nostra vita. Infine, e non poteva essere altrimenti, abbiamo appena accennato e scritto nella casella di Aristotele "Esistenza di un livello soprannaturale" e in quella di Democrito, "Autosufficienza della natura". E qui potremmo cominciare una discussione che non avrebbe mai fine. Ma oggi ci siamo riuniti per affrontare una lezione di epistemologia, un... discorso intorno alla scienza e ai metodi usati dagli uomini di scienza» e sorridendo nella direzione di Valeria e di Ottavia «...e dalle donne di scienza, visto che qui siamo ben rappresentate, per accertare la validità delle nostre affermazioni. Nonostante le difficoltà in cui operiamo, malgrado siamo costretti a non studiare sui testi originali di questi grandi scienziati, di cui ci sono pervenuti solo dei frammenti o dei commenti, o dei commenti ai frammenti. E ora non torno a ripetervi del povero Giulio Cesare che incendiò la biblioteca madre, altrimenti la sua anima un giorno viene a turbarci il sonno! Ebbene, nonostante tutto siamo riusciti a concludere questo corso. Ma non siamo stati capaci di dare vita a qualche concetto originale, completamente nostro: noi non abbiamo aggiunto un solo elemento al sapere antico».

Mentre parla, Ipazia sembra trasformarsi. Dal finestrone in alto piove l'oro del sole che la inonda. I capelli sono legati a coda di cavallo da un fiocco rosso, tiene le mani racchiuse a pugno come se dentro nascondesse un segreto, è piccola di statura eppure è una figura grandiosa. «Noi siamo dei piccoli mondi, forse gli unici capaci di scavare nella nostra natura, nella nostra identità. Siamo dei piccoli soli che studiano e investigano sul come e sul perché bruciano ed emettono luce. Io devo molto a mio padre, così come noi tutti dobbiamo molto a tutti gli uomini di scienza che ci hanno preceduto. Siamo in pochi, è vero. Il resto del mondo in questo momento sta facendo la guerra, sta lavorando, si sta riproducendo, sta viaggiando, sta uccidendo, sta amando, sta soffrendo ed esultando. E questo da migliala di anni. Il perché, poi, solo pochissime creature si dedicano allo studio e all'indagine, non lo possiamo sapere. Ma una cosa è certa: il nostro intuito ci spinge a comprendere la realtà. È una fiamma che s'è accesa dentro di noi, nella nostra mente, nel più nobile dei nostri organi: qui c'è un motore tenuto in vita dal nostro desiderio di conoscenza... Questo motore, disse Protagora, è la misura di tutte le cose».

Tratto dal libro Ipazia, vita e sogni di una sicenziata del IV secolo

Adriano Petta, Antonio Colavito - La Lepre Edizioni

 

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Sono ciò che penso: le mie idee creano la mia identità.

(Cit.)

«Quanto siamo stanche io e te. Dovremmo riposarci un po’» dice Donatella a Beatrice mentre il Valium fa effetto sul lungomare di Viareggio all’imbrunire, è un dialogo che ti rimane dentro, come tutta La pazza gioia.

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«Quanto siamo stanche io e te. Dovremmo riposarci un po’» dice Donatella a Beatrice mentre il Valium fa effetto sul lungomare di Viareggio all’imbrunire, è un dialogo che ti rimane dentro, come tutta La pazza gioia.

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