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di Valeria Ballarati

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Sono una ricercatrice Universitaria. Il mio prof mi molesta.

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Sono una ricercatrice universitaria. Il mio prof mi molesta. I miei colleghi dicono che è normale. Io non so cosa fare: se mi ribello, perdo tutto

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Cara Olga,

ti scrivo perché ho letto il tuo libro e vorrei condividere la mia esperienza con te. Quando sono arrivata alla fine del tuo racconto, sono stata assalita dalla tristezza, da uno sconforto incredibile, perché mi sono rivista nelle tue parole. A differenza di te, che racconti il passato, io la sto vivendo adesso, quella che chiami violenza. Pensavo di essere riuscita a rimuoverla, a non pensarci, ma lei è lì, è non se ne va. È strano perché il primo contatto con te l’ho avuto attraverso internet, per caso: avevo sentito parlare del tuo blog, ho messo un mi piace e da lì è cominciato tutto.

Io lavoro con una borsa di studio all’università. E il mio problema è il mio professore, che si permette di dire e fare cose che mi fanno sentire male, mi fanno sentire sempre in “pericolo”.

Una volta mi ha mandata ad aiutare un tecnico che aveva bisogno di una mano, e qualche giorno dopo, mentre tornavamo da un convegno, si è arrabbiato con me perché secondo lui io gli stavo dedicando troppo tempo invece di lavorare per lui. Ha poi aggiunto: perchè se è per dei favori sessuali, ricordati che io sono il primo che ti ha scoperta.
Io sono rimasta ammutolita, il mio collega presente ha sminuito il tutto dicendomi era solo una battuta.

Ma cose simili si sono ripetute più volte. Il mio professore mi ha detto frasi come queste: prima di entrare togliti le mutande; potresti presentarti al convegno in topless; potresti metterti una minigonna ogni tanto. Un giorno, stava parlando con dei colleghi maschi, altri professori, dello scandalo delle ragazzine quindicenni che si prostituivano. Io ero presente, in disparte. Guardandomi, ha detto agli altri: ma poi, che soddisfazione puoi avere da una ragazzina di 14 anni, ma vuoi mettere la soddisfazione che può darti una trentenne? Io me non sono andata dalla stanza, schifata.

A queste battute bisogna aggiungere le sue mani, che mi cadono addosso, appena c’è la situazione. Appena può mi tocca le spalle, oppure i fianchi, con quel suo modo schifoso.

Io sono stanca, non voglio più sopportare, ma non so come muovermi. Vorrei andarmene, lasciare quella facoltà, ma un lavoro così è difficile da trovare un’altra volta. Non so cosa fare. Vorrei chiedergli se mi sposta in un altro laboratorio, con un altro capo, ma non so che reazione potrebbe avere. La mia borsa scadrà in autunno e io spero nel mio cuore che non me la rinnovi. È svilente lavorare in questo modo, mentre i colleghi maschi sminuiscono la cosa, continuando a dirmi: in fondo è innocuo, cosa vuoi che faccia.

La cosa poi che mi rende senza speranza è che non è la prima volta che mi accade. Mi è successo più volte, in posti di lavoro diversi, con gravità diverse ma il concetto è sempre quello: tu sei una donna, in fondo io posso permettermi di toccarti e di dirti cose sconce perché tu sei lì un po’ anche per questo, il lavoro passa in secondo piano, io sono un uomo ho il diritto di divertirmi con te.

Io ho bisogno di fare qualcosa, non importa se non salverò la mia situazione attuale o quella futura, ho bisogno di fare qualcosa per ridarmi dignità, per far sapere a tutti che questo è ingiusto e mi fa stare male come persona. Ho bisogno di condividere anche perché sono sicura che ci sono altre donne in questa situazione, che ancora non ne riconoscono la gravità.

Grazie per aver ascoltato

Giovanna Cardo 
(pseudonimo di una donna in cerca di soluzioni alla violenza sul lavoro)

 

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