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di Valeria Ballarati

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Mark Knopfler a Caracalla

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Due giorni fa sono andata al concerto di 'Daje Marco' a Caracalla.

Avrei voluto scriverne, ma leggendo le notizie in rete mi sono imbattuta nello strepitoso articolo di Giovanni Berti e mi son detta: non si poteva scrivere meglio di così! Di conseguenza perché faticare? Aggiungo solo i link ai brani, per comodità, e com'é andata potete leggerlo dalle sue parole.

V.

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Mark Knopfler a Roma, due ore di bellezza

Eccolo qui, Mark Knopfler insieme alla sua band allargata di dieci elementi, con il fido Guy Fletcher ad orchestrare il tutto ed allargare il sound per fare ulteriore spazio a versi e rime. Eccolo, forse invecchiato ed appesantito nell’aspetto (compirà 70 anni il prossimo 12 agosto), ma con il carisma intatto e la saggezza crescente di un uomo che ha raccolto storie di vita in tutto il mondo e continua a raccontarle come se si trovasse nel tinello di casa sua o in un pub fumoso di un paesino sperduto delle Midlands.

Nella sua vita e nel corso della sua carriera, che abbraccia più di quattro decadi, il cantautore nato a Glasgow non ha mai avuto alcuna inclinazione verso il divismo o l’autocompiacimento – robe che poteva e può ampiamente permettersi – ma, al contrario, ha evitato scientemente queste trappole autodistruttive per concentrarsi esclusivamente sul suo lavoro. E il suo lavora paga, il suo lavoro incanta. Oggi come ieri. Lo ha dimostrato una volta di più nella serata di sabato 20 luglio, nella splendida cornice delle Terme di Caracalla, con un concerto commovente, colto ed intenso; un racconto di vita e una narrazione di vite che ha spaziato fra le difficoltà dell’esistenza quotidiana, eventi storici dai quali prima o poi l’umanità dovrebbe imparare qualcosa, l’amore ossessivo, negato ed inseguito e la malinconia intrisa di bellezza della solitudine.

Nella quarta data italiana (su sei) Mark Knopfler ha regalato al pubblico romano una performance di due ore esatte in cui hanno trovato posto mille suggestioni, una tonnellata di chitarre e una dose profonda di poesia, ispirazione e talento; un concerto di centoventi minuti in cui l’artista britannico ha eseguito nove canzoni della sua produzione solista, cinque pezzi dei Dire Straits e due tracce estrapolate da altrettante colonne sonore.

Il concerto

Si comincia alle 21.15 e si inizia con quel mix di dolcezza (nella musica) e di durezza (nei testi) che solo le ballate tradizionali sanno offrire. Why Aye Man, la prima traccia di “The Ragpicker’s Dream” (2002), l’espressione gergale e sarcastica del dialetto di Newcastle che significa “beh, ovvio!”, “sì, certo!”, racconta la storia di un gruppo di operai inglesi del nord-est costretti ad emigrare in Germania a causa delle politiche economiche di Margaret Thatcher: “non c’era modo di stare a galla, ce ne siamo dovuti andare col traghetto, rifugiati economici in rotta per la Germania.

Immediatamente dopo arriva la progressione blues di Corned Beef City (“Privateering”, 2012), “la città della carne in scatola”, un film di ambientazioni grige e cupe in cui il protagonista descrive senza fronzoli l’estrema difficoltà di sbarcare il lunario: “è mattina presto, sto andando ad incontrare un tizio, vuole che gli scarichi un camion per qualche soldo in nero: non ti fai troppe domande quando non hai niente in banca, devi dar da mangiare ai tuoi bambini e riempire il serbatoio”.

Il dialogo (immaginario) fra astronomi contenuto in Sailing to Philadelphia (title-track dell’album uscito nel 2000) subito smussa gli angoli e arrotonda gli spigoli con le sue sonorità pacate e rarefatte. Concepito e realizzato come duetto con James Taylor, il testo della canzone vede a colloquio Jeremiah Dixon e Charles Mason (interpretato qui dal batterista Ian Thomas), i due scienziati che nel diciottesimo secolo tracciarono la linea che delimita una parte dei confini della Pennsylvania.

Critica sarcastica alle storture dei tempi moderni (“potrebbe accaderti qualcosa anche se non stai facendo niente”), zeppa di fraseggi di chitarra e maestosa e complessa nella sua orchestrazione, Once Upon a Time in the West (“Communiqué”, 1979), è la prima canzone dei Dire Straits che viene proposta nel concerto. Un tuffo in un passato magico, un colpo al cuore che prosegue e si allarga a dismisura nel brano che viene eseguito subito dopo.

La resa di Romeo and Juliet (“Making Movies”, 1980) è di una bellezza sconfinata: il suo incedere lento e commovente mette i brividi ancora una volta e ancora di più delle volte precedenti. Questa serenata struggente per un amore svanito, che Knopfler racconta mettendo dolore e dolcezza in ogni singola sillaba e pausa, vale da sola il prezzo del biglietto: “non riesco a parlare come quelli della TV, e non riesco a scrivere una canzone come vorrei, non so fare niente, ma farei di tutto per te, non so fare nulla tranne essere innamorato di te.

Dopo aver ricevuto una raffica di applausi, il cantautore britannico si siede e dialoga brevemente con il pubblico. “Come state?”, chiede in italiano prima di dichiarare il suo amore per la nostra città, in cui è venuto fin da quando era uno “young dude”.

Si tratta, adesso, di presentare al pubblico due pezzi tratti dal suo ultimo lavoro in studio, “Down the Road Wherever”, pubblicato lo scorso anno. Se il primo, My Bacon Roll, sembra non troppo convincente, il secondo invece è una vera e propria staffilata.

It’s sticky to be here”, dice Knopfler ironizzando sulla temperatura (per la verità abbastanza clemente) e sulle zanzare (piuttosto fastidiose, come sempre), prima di lasciarsi andare ai ricordi di quando, sedicenne, insieme alla ragazza del tempo, si spostò in autostop dall’Inghilterra a Brindisi per poi prendere il traghetto verso la Grecia.

E, ancora, di quando, appena diplomato, si ritrovò lontano da casa a suonare con una “shitty band” (Mark può dire le parolacce, noi no), per poi essere scaricato da qualcuno in mezzo al nulla, circondato solo dalla neve, il giorno di Natale. La canzone che segue (la staffilata) ripercorre quell’avventura vissuta da un ragazzo che era magro come uno stecchino, come un fiammifero.

Matchstick Man è una ballata zeppa di bellezza e di malinconia, il segno evidente che il vecchio leone ruggisce ancora:“il sole splende, il cielo è blu, e tutto quanto è bianco candido, nessuna macchina in vista, niente che si muove da nessuna parte, e tu aspirante vagabondo, nessuno ti ha invitato, lo sai, e tu stecchino macchi questa vasta e silenziosa pianura di neve”.

Dopo l’esecuzione di questo pezzo, è il momento di presentare – con tutti i crismi e tutto il tempo necessario – la sua numerosa band capitanata da Guy Fletcher, una piccola orchestra in grado di suonare in totale 48 strumenti.

Un soldato di fanteria, impelagato suo malgrado nella campagna di Russia di Napoleone, narra la sua storia nella successiva e meravigliosa Done With Bonaparte (“Golden Heart”, 1996, il primo album solista). La canzone è una sorta di “Brothers in Arms”ambientata nel diciannovesimo secolo: “prego per lei che prega per me, un ritorno sicuro alla mia bella Francia, abbiamo pregato che queste guerre ponessero fine a tutte le guerre, in guerra sappiamo che non c’è romanticismo, e prego che il nostro bambino non vedrà mai un altro piccolo caporale”.

Le atmosfere country e dolorose di Heart Full of Holes (“Kill To Get Crimson”, 2007), in cui il protagonista condivide l’amarezza dei suoi pensieri (“ancora non capisco perché sono sopravvisuto e diventato vecchio con un cuore pieno di buchi,”), precedono Shes Gone (dalla colonna sonora di “Metroland”, 1998), che è tanto breve quanto splendida (Tom Walsh alla tromba!) e che confluisce nella magnificenza inarrivabile di Your Latest Trick (“Brothers in Arms”, 1985) in cui il sax di Graeme Blevins fa un lavoro egregio.

La successiva Postcards from Paraguay (“Shangri-La”, 2004) viaggia sicura, veloce e spumeggiante sulle ali dei suoi ritmi sudamericani. Nel pezzo, in cui tutta la band mette la quinta, si mettono in evidenza i due (prima citati) membri della sezione fiati e Danny Cummings alle percussioni. Atipico, ironico ed assai riuscito, il brano racconta la storia di un uomo che svaligia una banca e poi scappa in Paraguay: “non ho mai voluto essere un truffatore, ma cera sangue sul muro. Ho dovuto rubare a Pietro per restituire ciò che dovevo a Paolo. Non potevo restare ad affrontare le conseguenze, tutte ragioni per cui non manderò cartoline dal Paraguay”.

Con il gruppo che va a pieno regime, con Knopfler che imbraccia l’ennesima chitarra, arrivano la magnifica ossessione e i grappoli di note di On Every Street (dall’omonimo ed ultimo album dei Dire Straits, 1991) e i tripudi elettrici di Speedway at Nazareth (Sailing To Philadelphia”), il pezzo che alle 22.56 chiude lo show prima dei bis.

Dopo qualche minuto i musicisti, senza Knopfler, tornano in scena. Ecco le tastiere di Guy Fletcher, ecco, poi, la batteria di Thomas. L’introduzione, seppur dilatata, suona fin da subito familiare, tutti sanno cosa sta per accadere. Ecco Mark, con la sua chitarra affilata e tagliente come una lama, ecco la potenza deflagrante di Money for Nothing (“Brothers in Arms”), che va dritta dritta lungo la sua strada e lascia tutti a bocca aperta, anche perché sembra non finire mai, contemplando una lunga coda in cui la batteria e le percussioni ingaggiano una battaglia senza requie.

E’ tempo di andare a casa e Knopfler, da gentiluomo qual è, ce lo ricorda con tatto e talento. Going Home, il tema tratto dal film “Local Hero” (1983), rimane la lunga e bellissima suite strumentale che è sempre stata e chiude, intingendolo di una dolcezza infinita, il concerto alle 23.15.

Lavoro e passione, talento artistico e talento umano: grazie, Mark, per la tua dedizione e la condivisione. La tua strada è anche, un po’, la nostra. Stasera si replica a Caracalla, poi l’Arena di Verona.

Giovanni Berti

https://www.vignaclarablog.it/2019072187689/mark-knopfler-a-roma-due-ore-di-bellezza/comment-page-1/?unapproved=218773&moderation-hash=18f08a5a00967ca982fdba4ec82ec803#comment-218773

Nota: 'daje Marco' lo urlavano dietro di me, la romanità non la fermi manco se nun parli inglese

 

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Anton Egò:
Non ricordol'ultima volta
che ho chiesto di porgere i miei complimenti allo Chef;
e ora mi trovo nella straordinaria circostanza
che il mio cameriere ...
é il mio Chef!

Linguini:
Grazie ma questa sera sono solo il suo cameriere.

Egò:
Allora chi ringrazio per la cena?


«Quanto siamo stanche io e te. Dovremmo riposarci un po’» dice Donatella a Beatrice mentre il Valium fa effetto sul lungomare di Viareggio all’imbrunire, è un dialogo che ti rimane dentro, come tutta La pazza gioia.

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