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La complessità in medicina tra Bios e Pathos

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di Paolo Bellavite

Ho pensato di inaugurare la mia attività in SFERO con un articolo impegnativo, in cui riassumo le riflessioni che ho svolto negli anni  più maturi della mia attività di ricercatore e patologo.  In Facebook gestivo una pagina pubblica dal titolo “La complessità in medicina”, titolo che si riferiva alla mia opera più completa della patologia generale come da me concepita. Qui ne offro  un sunto. Si tratta di un articolo impegnativo, certo non continuerò con questo tono altrimenti perderò i lettori e le lettrici che finora hanno avuto la bontà di seguire il mio percorso scientifico e umano. Si tratta quindi un po' di prova, un po' di inaugurazione… Buona lettura!

Sono un patologo generale, ovvero un medico che per professione cerca di capire scientificamente cos’è la patologia, le “regole” che sottostanno all’origine del male fisico (e perché no morale) in un mondo che si sperava creato per la vita. Dopo molti lavori di tipo tecnico e specialistico, ho cominciato a riflettere su temi di carattere più profondo e radicale. La patologia non si può facilmente “confinare” in un’anomalia o distorsione di un meccanismo anatomico o molecolare, ma si può concepire come un “dis-ordine” del sistema vivente vari livelli della sua organizzazione. Tale impostazione implica la migliore comprensione di cosa significhi “ordine” in un mondo pieno di variabilità e di “errori”. Implica anche capire che non tutto ciò che sembra malattia e disordine lo sia veramente e non tutto ciò che sembra normale e ordine sia segno di salute.

Il problema di fondo: all’origine del bene e del male


Di solito nasciamo sani e cerchiamo per natura la felicità, ma spesso siamo travolti dalle malattie, dall’infelicità, dai drammi fisici e psicologici legati alle scelte sbagliate (proprie e altrui), all’imperfezione della natura o al capriccio del destino, cosiddetto “crudele”. La Terra è “madre e matrigna”, meravigliosa ma piena di difetti. Siamo attaccati alla vita ma sappiamo che tutto, almeno quaggiù, è destinato alla morte. Nel nostro mondo occidentale la medicina ha fatto passi da gigante, la vita media si è allungata, ma restano le malattie cronico-degenerative e, soprattutto, la fatica di trovare un senso. C’è qualcosa che non va e questo spinge a cercare sempre origine e meccanismi della patologia (o di ciò che ci appare come tale).

Ben prima dello sviluppo delle conoscenze scientifiche, nobile tentativo di cercare il senso della realtà, prima ancora di affrontare le difficoltà della vita mediante soluzioni tecniche, il pensiero umano si è rivolto al Creatore: Se esiste un Creatore - e la maggior parte dei popoli l’ha creduto e lo crede, pur chiamandolo con diversi nomi - un ragionamento elementare suggerisce che Egli ha tratto l’universo dal nulla (o da un caos primordiale) dotandolo di materia, energia e “forme”, nonché di “leggi” che materia, energia e forme devono seguire. Eppure, il passo immediatamente successivo del ragionamento implica la domanda “perché hai fatto il mondo così?” e “perché esiste il male?”.

I casi sono due: o Egli ha sbagliato qualcosa quando ha creato l’universo, o lo ha creato bene, ma poi qualcosa non ha funzionato, qualcosa si è corrotto. Questa seconda pare la versione della Bibbia, condensata nel racconto del “peccato originale” che avrebbero compiuto i primi uomini, “peccato” che si propagherebbe a tutta la progenie e trascinerebbe le sue conseguenze per tutti i tempi. Il mondo sarebbe stato creato perfetto (giardino dell’Eden) ma poi un’azione di ribellione dei primi uomini avrebbe rovinato tutto. La causa di tutti i mali sarebbe, quindi, non imputabile al Creatore ma a una “colpa” originaria della creatura dotata di libero arbitrio.

Non è difficile comprendere come tale visione biblica, espressa qui nella sua estrema semplificazione, abbia portato a conseguenze nefaste nel rapporto tra uomo e tale supposto Creatore, fino al totale rifiuto della prospettiva religiosa. Scrive Jacques Monod (1919-1976), vincitore del Nobel per la medicina (1965) per le sue scoperte di biologia e genetica:  “L'antica alleanza è infranta; l'uomo finalmente sa di essere solo nell'immensità indifferente dell'universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere come il suo destino, non è scritto in nessun luogo.” (Jacques Monod, Il Caso e la Necessità Mondadori, Milano 1970.) Oppure:  “Come? L’uomo è soltanto un errore di Dio? O forse è Dio soltanto un errore dell’uomo?”

(Friedrich Nietzsche, Il Crepuscolo degli Idoli, A. Kroner Verlag, Leipzig 1888)

L’obiezione dell'esistenza del male è forte anche per il credente, come in questo passo di Dostoevskij in cui l'uomo, per la sofferenza e la lacrima di un singolo bambino, restituisce il proprio biglietto a Dio «Io dichiaro in anticipo che la verità tutta non vale un prezzo così alto [la sofferenza, soprattutto dei bambini]. Hanno fissato un prezzo troppo alto per l’armonia; non possiamo permetterci di pagare tanto per accedervi. Pertanto mi affretto a restituire il biglietto d’entrata. E se sono un uomo onesto, sono tenuto a farlo al più presto. E lo sto facendo. Non che non accetti Dio, […] gli sto solo restituendo, con la massima deferenza, il suo biglietto.» (Dostoevskij F. I Fratelli Karamazov. Garzanti, Milano 1999).

Per il credente, Dio c'è, ma è talmente inaccettabile da non voler più avere a che fare con Lui; per il non credente la sofferenza umana è la prova etica della non esistenza di Dio.

Sarebbe limitativo relegare questo tema fondamentale ad un dibattito “religioso”: la questione del “peccato originale” tocca il problema centrale della natura, quindi della scienza e della medicina: come conciliare l’“ordine” che appare evidente in tante manifestazioni e in primis nella vita (la “legge”, sia essa scientifica o giuridica), con il “disordine”, che in modo altrettanto evidente introduce variazioni, eccezioni, errori, violazioni della stessa legge. Tale polarità ordine-disordine condiziona ogni livello decisionale della realtà: la “creatura” può violare la legge, può sbagliare, può fare danni, può opporsi all’ordine fisico e morale. Che la realtà sia “creata” o “generata dal caso”, essa appare comunque imperfetta. Oggi scopriamo, a nostre spese, che i virus evolvono e generano varianti minacciose.

Il male non è il contrario del bene, come il buio non è il contrario della luce. Tuttavia, il senso della realtà ci pone di fronte a un’evidenza ineludibile: il male esiste. Esso esiste non solo come “privazione di un bene” (perdita della saluteàmalattia, perdita della vitaàmorte; perdita del denaroàindigenza), ma anche come “presenza” di un “agente” o “fattore” che introduce il disordine e danneggia il buon funzionamento dell’insieme. Restando nelle analogie fisiche e mediche, il “male” come presenza è dato dal cancro o dal virus, che si insinuano nell’essere vivente, si sviluppano come qualcosa di “reale” e di “estraneo” prendendone possesso.

Nella prospettiva del patologo, cercando razionalmente di costruire una “catena causale” riguardante le malattie e la morte, si risale a degli “agenti” (es. i microbi o le radiazioni, o le sostanze tossiche, tra cui possiamo includere persino l’ossigeno) che le hanno provocate. Ma, a loro volta, l’esistenza dei microbi e degli altri fattori patogeni dipende da cause precedenti, da fatti o da condizioni che ne hanno determinato la comparsa. Risalendo, si arriva al mondo inanimato (prima della comparsa della vita) ai suoi costituenti, alle sue leggi di evoluzione. Non è difficile giungere a imputare molte delle patologie che assillano il corpo e in generale la natura, piante e animali compresi, a qualche fattore o “regola primordiale” o persino “legge” che ha regolato l’evoluzione dell’universo. La natura è imperfetta, incompleta, variabile, dis-ordinata nonostante leggi che porterebbero a definirne qualche ordine.

Fallimento del riduzionismo

La scienza moderna difficilmente affronta le domande “ultime”, perché ha adottato il metodo sperimentale, delimitando il proprio campo d’interesse a ciò che è misurabile e oggettivo. Lo studio di un oggetto o di un fenomeno complesso è tradizionalmente affrontato con il metodo riduzionistico, detto anche cartesiano: scomporre l'oggetto o il sistema in sub-componenti più piccole o più semplici e analizzarle una per volta. Così, lo studio del corpo umano è proceduto - con lo sviluppo di nuovi strumenti - dagli organi alle cellule e infine dalle cellule alle molecole: il paradigma della biologia molecolare è oggi di gran lunga prevalente nel modo con cui si analizzano e si interpretano i fenomeni biologici e anche le patologie.

L'approccio riduzionistico, molto fecondo di nuove conoscenze, di risultati sperimentali, di tecnologie, non ha “risolto” la complessità, piuttosto l'ha documentata ad ogni livello dell'indagine. Qualche linea di pensiero nei secoli scorsi aveva prefigurato la possibilità per le scienze fisiche, chimiche e biologiche di poter pervenire a una descrizione esatta della realtà: come sosteneva il matematico francese Laplace nel 1776, se si conosce lo stato di un sistema in un certo istante e le leggi che ne regolano le modificazioni, si sarebbe in grado di prevederne il comportamento futuro: «Se noi immaginassimo un'intelligenza che a un istante dato comprendesse tutte le relazioni fra le entità di quest’ universo, essa potrebbe conoscere le rispettive posizioni, i moti e le disposizioni generali di tutte quelle entità in qualunque istante del passato e del futuro.» (Pierre Simon de Laplace, Essai philosophique sur le Probabilités).

Tuttavia, lo stesso sviluppo scientifico ha invece mostrato che quello di Laplace è un sogno irraggiungibile: mentre si sono aperti nuovi e inaspettati orizzonti di studio, si sono palesati i limiti dell’approccio sperimentale. Infatti, la fisica del XX secolo e la teoria del caos hanno rivelato come esistono proprietà intrinseche ai sistemi fisici che limitano la possibilità di conoscerli completamente e di prevederne il comportamento. Tali limiti invalicabili alla conoscenza del mondo fisico (che saranno approfonditi in una sezione successiva) potrebbero essere compendiati essenzialmente negli aspetti di “indeterminazione” e di “impredicibilità”: piccoli cambiamenti delle condizioni iniziali possono determinare grandi amplificazioni degli effetti finali.

Già nel 1903 il matematico Poincaré riconosceva questo fatto: «Se pure accadesse che le leggi naturali non avessero più alcun segreto per noi, anche in tal caso potremmo conoscere la situazione iniziale solo approssimativamente. Se questo ci permettesse di prevedere la situazione successiva con la stessa approssimazione, non ci occorrerebbe di più e dovremmo dire che il fenomeno è stato previsto, che è governato da leggi. Ma non sempre è così; può accadere che piccole differenze nelle condizioni iniziali ne producano di grandissime nei fenomeni finali. Un piccolo errore nelle prime produce un errore enorme nei secondi.» (Henri Poincaré, Science et méthode)

La fisica dei sistemi complessi e dinamici ha evidenziato dei comportamenti che sfuggono al normale determinismo, ma non sono da considerare come manifestazioni di un disordine. Tra tali comportamenti dei sistemi fisici, descritti anche da modelli matematici, assume un’importanza preminente il caos. Il caos potrebbe essere definito come una variabilità impredicibile e solo apparentemente casuale che origina dalla operatività dei sistemi complessi. In tale forma di evoluzione temporale la differenza tra due stati che sono inizialmente simili cresce esponenzialmente col tempo; questa proprietà viene detta “forte dipendenza dalle condizioni iniziali”. Questo tipo di comportamento fu intuito da Poincaré attorno alla fine dell’Ottocento, ma non è stato accessibile all’indagine fino allo sviluppo dei calcolatori elettronici.

Ci pare d’interesse la posizione espressa da quel filone di studi che si potrebbe far risalire alle scienze della complessità e dei sistemi dinamici. Ci riferiamo ad esempio a Ilya Prigogine (1907-2003), lo scopritore delle strutture dissipative e pioniere della teoria della complessità e del caos, che ebbe a dire: “Il nostro universo fisico non ha più come simbolo il moto regolare e periodico dei pianeti, moto che è alla base della meccanica classica. È invece un universo di instabilità e fluttuazioni, che sono all’origine dell’incredibile ricchezza di forme e strutture che vediamo nel mondo intorno a noi. Abbiamo quindi bisogno di nuovi concetti e nuovi strumenti per descrivere una natura in cui evoluzione e pluralismo sono divenute le parole fondamentali”. Questa veduta, più moderna e al passo con gli straordinari progressi delle scienze della complessità, della genetica e persino della matematica, supera il determinismo e il riduzionismo tradizionali.

Le dinamiche caotiche evidenziano che l’ordine e il “disordine” (o almeno quello che alla nostra mente appare disordine) possono convivere nello stesso spazio, nello stesso fenomeno, persino nella stessa funzione matematica (caos “deterministico”). Poiché in natura sono frequenti tali comportamenti di confine, e poiché molte funzioni fisiologiche e persino le dinamiche cerebrali seguono questo tipo di regole complesse, lo studio della teoria del caos ha delle ricadute in medicina, nelle scienze cognitive, in economia e persino in filosofia

La presenza di caos e delle sue forme che sono i “frattali” è stata dimostrata su semplici sistemi fisici (un pendolo tra tre magneti), su sistemi neuronali “in vitro”, sul cuore, sugli anelli di Saturno. Così pure ampia è la possibilità di controllare i sistemi caotici, cioè di rendere il loro comportamento regolare o periodico; o viceversa di “anticontrollare” comportamenti periodici inducendo il caos

Ciò che emerge in maniera prepotente da queste nuove vedute è l’importanza della comunicazione, della connessione tra le cose. La complessità si vede proprio nel fatto che i sistemi hanno delle connessioni, le parti comunicano, si informano reciprocamente e sono in comunicazione con l’esterno (ogni rete è comunicante con altre reti). Ma bisogna dire di più: nell’universo tutto è connesso da reciproche interazioni, benché minime; le connessioni esistono dappertutto. Non c’è un ente fisico esistente che non sia connesso con gli altri, se non altro per la ragione della forza gravitazionale, ma soprattutto per le interazioni di tutti i tipi che si possono vedere in natura. La Terra è un grande sistema, quasi un sistema vivente, un sistema in continuo cambiamento con la sua anatomia, fisiologia, patologia e persino la sua farmacologia (tutte le sostanze naturali con effetti farmacologici). L’interazione tra materia, energia (che è ben noto sono intercambiabili: E=mC2) e informazione rende la Terra un sistema vivente.

Gli essere viventi, per essere tali, necessitano di variare, cioè di poter “scegliere” continuamente tra diverse forme, configurazioni, tra diversi schemi di comportamento. Questa comprensione della vita “ai confini tra ordine e violazione”, tra fissità e variabilità, tra programma (genetica) e adattamento (epi-genetica), coinvolge un nuovo tipo di pensiero conosciuto come "pensiero sistemico" — vuol dire, pensare in termini di relazioni, di schemi, e di contesto. Durante gli ultimi 40 anni, il pensiero sistemico è stato sollevato a un nuovo livello con lo sviluppo della teoria della complessità, conosciuta in linguaggio più tecnico come "dinamica non-lineare." È un nuovo linguaggio matematico con nuovi concetti per descrivere sistemi complessi non-lineari.

L’indeterminazione

Le leggi che governano la natura lasciano ampi spazi all'imprevedibilità, alla variabilità, al caos. Vari autori (Zatti, Eccles) hanno notato come una “stoffa” materiale di questo tipo può, d'altra parte, permettere l'esistenza di soggetti capaci di esercitare la libertà in questo universo. Noi esseri umani non siamo “determinati” totalmente dai nostri antecedenti biologici, né dai meccanismi biochimici; siamo da essi “condizionati” ma non totalmente “vincolati”.

Il contrario della libertà è la completa e perfetta organizzazione, in cui tutti gli eventi sono “determinati” esattamente da una regola. Nulla avviene per “scelta”, tutto avviene per “obbligo” o, in altri termini, per necessità inderogabile. Se così fosse, il mondo sarebbe un perfetto meccanismo ad orologeria. Anzi, poiché qualsiasi meccanismo prima o poi si rompe per l’usura di qualche componente, il mondo non potrebbe essere neppure un orologio, dovrebbe essere un cristallo perfetto ed immobile. Se esistesse un cristallo puro (e forse Dio avrebbe potuto inventarlo) esso sarebbe l’oggetto più ordinato dell’universo. Quindi, per avere un mondo perfettamente in ordine, Dio avrebbe dovuto creare non il caos primordiale, ma un enorme diamante e porlo al centro, al posto dell’universo. Lì la perfezione sarebbe stata concepibile e immutabile. Già il mutamento è, infatti, segno di imperfezione: se qualcosa cambia, muta, significa che o “prima” o “dopo” quel qualcosa era meno perfetto. Al contrario, l’esistenza della vita e i suoi aspetti di continuo mutamento dimostrano che le cose “possono” diventare diverse da quelle che sono. Possono essere più o meno perfette, ma mai esserlo totalmente.

Esiste un primo livello di indeterminazione, che si può riscontrare nella stessa meccanica classica e che riguarda la possibilità di conoscere il moto di ogni cosa (e quindi di regolare le scelte in conformità a tale conoscenza). È un’indeterminazione legata alla mancanza di conoscenze, di informazioni sui dettagli. Ciò che si può fare è un’elaborazione statistica, cioè uno studio del comportamento medio delle particelle del gas o del liquido (sempre che quest’ultimo sia omogeneo, privo di turbolenze). Anche conoscendo esattamente le condizioni di un sistema fisico, la certezza statistica che un fenomeno fisico si verifichi non è assoluta, dipende dalla scala che si considera. Si parla in questo caso di indeterminazione statistica.

Un secondo livello di indeterminazione è quello quantistico. ll termine deriva dalla fisica dei quanti, che sono essenzialmente dei “pacchetti” di luce. La quantità più piccola di luce è un “quanto”. Non si può avere mezzo quanto, ma o un quanto o niente. Esso è dovuto al fatto che gli oggetti microscopici (come un elettrone) non possono essere conosciuti esattamente nella loro posizione e nella loro quantità di moto, moto che per gli oggetti microscopici è ondulatorio (principio di indeterminazione di Heisenberg). Teoricamente, la quantità di moto di una particella è legata alla lunghezza d’onda che lo descrive, ma un’onda non ha mai una posizione ben definita, ripetendosi periodicamente nello spazio e nel tempo e, se si vuole determinarla, si deve usare un’altra onda che si sovrappone alla prima. Ma dalla sovrapposizione di diverse onde non si sa più quale sia il moto della nostra particella. Il principio di indeterminazione quantistico non dipende dall’incompletezza delle nostre conoscenze teoriche o dall’imprecisione degli strumenti di misura, è una legge fondamentale della natura, secondo la quale non è possibile trovare una spiegazione deterministica delle cause dei processi che governano la meccanica delle particelle microscopiche.

Una terza situazione in cui si presentano delle indeterminazioni, di cui si è già trattato sopra, è quella dell’indeterminismo caotico. La sua importanza fu sottovalutata sino agli ultimi decenni del XX secolo finché fu ripresa dagli studiosi dei sistemi dinamici e del caos, a partire dalla meteorologia per finire alla medicina (soprattutto in cardiologia e neurologia). Questa classe di comportamenti dinamici è stata rappresentata come una transizione di fase tra le due classi fondamentali, fase “solida” (ordine, computabilità) e fase “fluida” (caos, incomputabilità), dei comportamenti dinamici in generale.

Tale tipo di indeterminazione deriva dal fatto che la maggior parte delle equazioni che descrivono i sistemi fisici sono equazioni non lineari, cioè equazioni tali che la somma di due soluzioni non costituisce una nuova soluzione, ma fornisce risultati instabili. Ciò significa che la soluzione non è mai precisa perché una piccolissima differenza nei valori iniziali comporta, dopo un certo tempo (o ripetizione del procedimento) una deviazione crescente dalla traiettoria prevista. Poiché non possiamo conoscere le condizioni iniziali con precisione infinita (infatti, non è possibile né sperimentalmente né teoricamente conoscere con precisione infinita i valori che costituiscono le condizioni iniziali del moto o della massa di un sistema) ci troviamo nelle condizioni di non poter fare delle previsioni attendibili. Sintetizzando, questo tipo di indeterminazione deriva da: a) la caratteristica dello strumento matematico, qual è l'equazione non-lineare che descrive un fenomeno o una funzione, b) l’impossibilità di conoscere le condizioni fisiche in modo infinitamente preciso (con tutte le cifre).

Nel riflettere sulle conseguenze esistenziali dell’indeterminazione “radicale” nella natura, un aspetto della questione apparirebbe come sicuro, o almeno altamente plausibile: se gli uomini dovevano essere dei soggetti dotati di vera libertà, allora era necessario che almeno qualche livello dei loro processi decisionali (e quindi mentali) non fosse strettamente condizionato da leggi deterministiche, risultando rigido e inflessibilmente legato all’antecedente biochimico o bioelettrico. Viceversa, nella mente dovrebbe essere stato garantito un certo ambito di aleatorietà dei processi, di non determinazione, uno spazio e un modo perché l'influenza della volontà libera potesse manifestarsi, perché gli eventi mentali potessero causare eventi neurali.

John Eccles e altri hanno descritto a tale proposito l'incertezza quantistica dimostrabile nelle giunzioni tra neuroni, sinapsi, nelle quali lo stimolo passa da un neurone all'altro attraverso la liberazione di quanti biochimici di neurotrasmettitori. Punto critico dell'attività neuronale è l'attivazione dei canali del calcio voltaggio-dipendenti e la successiva esocitosi presinaptica del neurotrasmettitore, contenuto in vescicole che possono interagire con la membrana presinaptica. La letteratura descrive variabilità quantiche di queste attività giunzionali, proprietà stocastiche delle interazioni tra recettori e trasmettitori, possibilità di interferenze di vario tipo sull'efficienza della comunicazione tra cellule nervose. Nel complesso si può dire che è molteplice l'ambito delle fluttuazioni sulle quali potrebbe esercitarsi l'influenza di un'onda di probabilità della quantomeccanica.

Eccles riprende l'analogia di Margenau che paragona la mente a un campo di probabilità della quantomeccanica, del quale condivide l'immaterialità e il confinamento spaziale, e la capacità di azione. Secondo Penrose, le nostre qualità sono radicate in qualche strano e meraviglioso aspetto di quelle leggi fisiche che effettivamente governano il mondo in cui siamo... e cioè noi «in qualità di esseri senzienti dobbiamo vivere in un mondo quantistico» nel quale vige l'incertezza di Heinsenberg. Se alla mente umana è possibile modificare parametri chiave dell'attività neuronale, producendovi variazioni inferiori all'entità della costante di Planck nella relazione di incertezza di Heisenberg, allora l’essere umano è libero di produrre eventi ed effetti senza rompere alcuna legge fisica.

In conclusione si può formulare l'ipotesi che eventi mentali attraverso piccole perturbazioni potrebbero interferire per es. sulla frequenza del campo elettromagnetico che può modulare azioni di neurotrasmettitori, e infine modificare dinamiche del sistema, attrattori e campi delle forme. Questa ipotesi non fa che estendere la prospettiva di azione degli eventi mentali quale ipotizzata già da altri che l'hanno paragonata a quella dei campi di probabilità della meccanica quantistica su eventi probabilistici sinaptici. L'influenza mentale sugli eventi sinaptici potrebbe, infatti, amplificarsi esponenzialmente attraverso la nota, estrema sensibilità delle dinamiche caotiche alle piccole perturbazioni.

Se l’indeterminazione rende compatibile la materia con la libertà, il cervello con l’attività dell’intelletto, si deve considerare che in base allo stesso principio - l’evasione dalla stabilità e dalle regole fisse delle leggi fisiche deterministiche - è possibile che nella materia (organismi viventi e biosfera) si producano deviazioni ed errori che si traducono nei termini della sciagura, della calamità naturale, del dolore. Libertà e dolore sono entrambi permessi dal fatto che il soggetto biologico è un macrosistema soggetto a leggi di natura, ma come abbiamo detto espressione di leggi di natura tra cui l’entropia, le dinamiche non lineari e l’indeterminazione quantistica di singoli micro-stati.

Per la patologia ed il dolore, si può dire che essi divengono statisticamente “inevitabili”, in presenza dell’indeterminazione, per esempio attraverso le mutazioni genetiche: mutazioni puntiformi possono aver luogo per sostituzione di una forma rara di una base nella sintesi del DNA e in generale perché l’energia dei legami chimici in una macromolecola può variare con le fluttuazioni dell’energia vibrazionale responsabili di un certo ambito d’incertezza, che consente appunto alle mutazioni di aver luogo imprevedibilmente. Questi errori significano malattia e dolore nella forma di caratteri ereditari sfavorevoli o crescite cancerose.

Biologia

Nella prospettiva “sistemica”, un organismo vivente è una rete autogenerativa e auto-organizzativa che esibisce un alto grado di stabilità. Questa stabilità è totalmente dinamica, ed è caratterizzata da fluttuazioni continue, multidimensionali e interdipendenti. Quanto più dinamico è lo stato dell'organismo, tanto maggiore è la sua flessibilità. Ciò è vero non soltanto per gli organismi ma anche per i sistemi sociali e gli ecosistemi. Qual che sia la natura della flessibilità — fisica, mentale, sociale, tecnologica, o economica — essa è cruciale per la capacità del sistema di adattarsi a mutamenti ambientali. Perdita di flessibilità vuol dire perdita di salute.

Questa concezione dei sistemi viventi suggerisce che la nozione di equilibrio dinamico sia un concetto utile per definire la salute; l'equilibrio così inteso non è statico ma è uno schema flessibile di fluttuazioni. Con questo senso di "equilibrio" in mente, si può definire salute come un'esperienza di benessere risultante da un equilibrio dinamico che implica gli aspetti fisici e psicologici dell'organismo, oltre che le sue interazioni col proprio ambiente naturale e sociale. Questa definizione è in accordo con molti modelli tradizionali di salute e di guarigione che riconoscono le "forze guaritrici" presenti in ogni organismo, cioè la tendenza innata dell'organismo a riportarsi in uno stato equilibrato dopo una perturbazione. Questo processo può passare attraverso fasi di crisi e trasformazione, risultando in uno stato di equilibrio interamente nuovo.

Una delle scoperte le più importanti della nuova comprensione della vita è la concezione che schema di organizzazione principale di tutti i sistemi viventi è la “rete”. Per esempio, gli ecosistemi sono interpretati come reti alimentari (cioè, reti di organismi); gli organismi come reti di cellule, e le cellule come reti di molecole. Queste reti “viventi” non sono strutture materiali, come una rete per la pesca, o una ragnatela, sono reti funzionali, cioè reti di relazioni tra vari processi. Per esempio, in una cellula, i processi sono reazioni chimiche o bioelettriche (differenze di potenziale) che consentono il metabolismo e la respirazione. In una rete sociale, i processi sono processi di comunicazioni. In tutti questi casi, la rete è sempre uno schema di relazioni, che non è materiale.

Esaminando queste reti viventi più da vicino, scopriamo che la loro caratteristica principale è che generano continuamente se stesse. Le reti viventi sempre creano, o ricreano, se stesse, trasformando o sostituendo i loro componenti. Una proprietà molto importante di tutti i sistemi viventi è che l'ambiente si limita a innescare i cambiamenti strutturali, ma non li specifica né li dirige. Cioè, il sistema vivente è autonomo; risponde alle perturbazioni nella sua maniera propria di auto-organizzazione. Non possiamo mai dirigere un sistema vivente, possiamo solo perturbarlo. Inoltre, il sistema vivente non solo specifica da sé i propri cambiamenti strutturali; esso specifica anche quali stimoli provenienti dall'ambiente devono attivare questi cambiamenti. In altri termini, un sistema vivente conserva la libertà di decidere a che cosa porre attenzione e da che cosa farsi disturbare, variando la propria sensibilità recettoriale, o modificando il passaggio di segnali dai recettori al nucleo.

Le reti biologiche sono “plastiche”, cioè capaci di assumere diverse configurazioni e quindi effettuare diverse operazioni in tempi diversi e in condizioni diverse. Anche una singola molecola è pensabile come una “rete” di atomi, in continua ricerca di una stabilità ma soggetta a perturbazioni (esempio: i recettori).

Un rete dinamica può avere vari “gradi di libertà”, schemi di attivazione o disattivazione dei diversi nodi e rafforzamento o perdita di varie connessioni, ciascuno dei quali è consentito dalle relazioni interne. Tra tali configurazioni, alcune sono equivalenti in termini energetici, per cui la rete, in determinati momenti, si può trovare in uno stato di “incertezza” tra quali configurazioni o traiettorie scegliere (punto di biforcazione). Di solito la scelta tra diverse configurazioni energeticamente equivalenti (o persino la scelta di una configurazione energeticamente sfavorevole) è compiuta secondo informazioni provenienti dal resto del corpo (o comunque da altre reti), informazioni utili affinché la funzione della rete sia indirizzata al funzionamento dell’organismo stesso di cui “fa parte”. Altre informazioni influenzanti la scelta potrebbero provenire dall’ambiente (es. qualità e quantità dell’alimentazione, medicine, fattori fisici e via dicendo).

In questo senso, l’informazione, “esterna” alla rete che compie la scelta, ha un duplice ruolo: da una parte “riduce” quella “libertà decisionale” di cui si parlava sopra, “favorendo” una tra le diverse configurazioni possibili; d’altra parte l’informazione introduce una nuova forma di libertà perché la rende capace di svolgere un compito, la indirizza verso una funzione teleonomicamente utile (nel senso che è quella connessa al buon funzionamento del sistema nel suo complesso). La libertà non è completamente tale se non è “informata”, vale a dire se il soggetto che sceglie non ha le conoscenze necessarie e sufficienti per valutare quale scelta sia più giusta o conveniente. La libertà di scelta si può esercitare propriamente solo se il sistema ha informazioni, sulla base delle quali scegliere teleonomicamente, in relazione al fine dell’organismo, non casualmente.

Da questo punto di vista, si stabilisce un paradosso: l’informazione riduce la libertà, condizionando la scelta, ma allo stesso tempo potenzia la libertà perché fornisce ad essa gli strumenti per fare (o non fare) una scelta “teleonomicamente” orientata. Impedisce alla libertà di diventare distruttiva, fornisce all’energia il mezzo per superare l’entropia.

La salute (o il suo recupero nel processo di guarigione) coincide con una doppia libertà: la libertà di scelta (non essere rigidamente obbligati, essere dotati di flessibilità e capacità di adattamento) e la libertà di informazione su cosa scegliere (conoscere lo stato dell’organismo e il significato delle diverse scelte). “Ordine” e ”informazione” sono necessari all’esercizio della libertà e allo stesso tempo, se si presentano in forma eccessivamente invadente, divengono un limite ad essa.

Evoluzione del concetto di malattia

Nella storia della medicina si sono alternate, sovrapposte e persino combattute diverse teorie/prassi mediche discordanti proprio sul concetto fondamentale di come intendere la malattia. In breve, dopo una fase iniziale in cui vi era solo l’idea dell’intervento di forze oscure come il “fato” o di un “castigo divino”, con la Scuola ippocratica si è passati a concezioni più empiriche e naturalistiche che prevedevano cause quali un conflitto - discrasia - tra gli “umori” (rappresentati da bile, flemma, sangue, linfa ecc…). Poi sono ricomparse delle teorie più vitaliste e spiritualiste (Ildegarda di Bingen, Paracelso, Stahl, Hahnemann) che, pur non derivandone direttamente, in qualche modo si possono collegare alle visioni “energetiche” e “olistiche” orientali, come quella che chiama in causa dei blocchi della circolazione dell’energia – “Qi” (chi) - nei meridiani dell’agopuntura.

Ad un certo punto, tra il Settecento e l’Ottocento, in Occidente sono prevalse nettamente le teorie “iatrochimiche” e “iatrofisiche”, in cui il corpo è visto come una macchina ed ecco che la malattia è stata vista come rottura di un meccanismo organico. Dopo l’era della patologia cellulare e l’epoca delle grandi conquiste della farmacologia chimica, oggi la “punta di diamante” delle concezioni scientifiche della patologia postula l’esistenza di errori quantitativi e/o qualitativi nel livello molecolare dell’organizzazione biologica e più precisamente nel livello della molecola informazionale per eccellenza, il DNA.

Oggi la medicina biomolecolare e tecnologica mostra i suoi limiti, innanzitutto teorici perché è evidente che il genotipo ha un ruolo importante ma non assoluto nel determinare il fenotipo (sia nella normalità sia nella patologia) ed è altrettanto evidente che non basta conoscere l’aspetto strutturale e molecolare per comprendere le dinamiche delle malattie, soprattutto quelle di tipo multifattoriale e sistemico. Anche una malattia come il COVID, apparentemente attribuibile ad un virus, in realtà è una patologia che interessa l’intera persona, tant’è vero che colpisce in maniera drammaticamente diversa chi ha uno stato di salute già compromesso. Non solo, pare che ci sia una forte correlazione con l’inquinamento atmosferico.

In generale, osserviamo che in natura esiste certamente un “ordine” mirabile negli oggetti e nei fenomeni, ma tale ordine è spesso rovinato o persino distrutto da eventi catastrofici e imprevisti. Non è necessario pensare a grandi eventi come i terremoti, gli tsunami, o su scala cosmica le cadute dei meteoriti o la morte di una stella; anche a livello ultra-microscopico si verificano in continuazione modificazioni drammatiche delle strutture delle molecole-chiave della vita le quali, se non rapidamente riparate, innescano eventi catastrofici nell’ordine biologico. Ma anche il “semplice” invecchiamento è lì a testimoniare che l’ordine vitale non “dura”, è continuamente minato dalla degenerazione e dalla mutazione in senso dannoso. L’“ordine” lo consideriamo normalmente cosa buona e desiderabile, perché ci dà sicurezza, possibilità di costruzione e di sviluppo; il disordine lo consideriamo normalmente come qualcosa di cattivo o comunque rischioso. Eppure, i confini tra ordine e disordine, normalità e patologia, non sono così chiari.

L’esistenza stessa della variabilità biologica implica che esistano forme, organismi, fenomeni, eventi più o meno adatti a confrontarsi con l’ambiente e a compiere le funzioni vitali. Chiaramente, gli estremi di questa variabilità possono portare all’esistenza di situazioni non-funzionali o patologiche. La libertà e la variabilità nella natura comportano anche la possibilità di errore. Si tratta di un confine tra ordine e disordine, tra conservazione e mutamento, tra salute e malattia, tra vita e morte, sul quale si muovono con alterne vicende tutti gli esseri viventi.

Il modello patogenetico

Se la salute è equilibrio dinamico, la patologia è squilibrio di un organismo, causato o scatenato da stress biologici, fisici, chimici, psicologi, detti “fattori patogeni” che agiscono su livelli di suscettibilità o di predisposizione di tipo genetico. L’idea generale della patologia consiste nel fatto che esistono molti fattori patogeni (“cause”) i quali impattano su un sistema biologico (molecola, cellula, tessuto, organo) provocando un “danno” (alterazione patologica funzionale e strutturale), il quale a sua volta è seguito da un’ampia serie di reazioni che hanno lo scopo di riparare il danno ma che spesso entrano a far parte dello stesso meccanismo patologico (es.: infiammazione, dolore, autoimmunità, alterazioni del sangue, stress vascolare, ecc…). Tutto ciò causa segni e sintomi spiacevoli e spesso induce il malato a chiedere aiuto e assistenza.

Venendo a considerare, schematicamente, le “regole generali” di sviluppo di una malattia-tipo, possiamo partire dal caso in cui una o più componenti di un sistema biologico (“nodi” di una rete cellulare, tessutale, organica) siano parzialmente inefficienti sin dall’origine, cioè caratterizzati da un piccolo difetto preesistente (predisposizione, suscettibilità) di tipo genetico o dovuto a precedenti danni causati da altri fattori (es.: condizionamenti parentali, stile di vita, alimentazione, ecc.). Di fatto, la stragrande maggioranza dei bambini viene al mondo in uno stato di salute, ma la salute perfetta non esiste, se non altro a causa dei numerosi polimorfismi genetici nella popolazione. Ogni individuo presenta sin dal concepimento qualche parziale deficit in qualche gene o sistema di geni, che, pur non costituendo un meccanismo necessario e sufficiente di malattia, rende relativamente meno efficiente qualche parte del sistema biologico. Su tali predisposizioni, o “suscettibilità”, si inseriranno i fattori patogeni esterni (fattori chimici, fisici, microbiologici, carenziali, ecc.) e si verificherà il danno biologico, primo dato evidente del fenomeno che chiamiamo malattia.

Mentre negli esseri inanimati il danno rimane indefinitamente, nel vivente esso provoca ben presto delle reazioni, che vengono a far parte integrante del fenomeno-malattia in quanto spesso provocano sintomi spiacevoli oppure, addirittura, complicano l’evoluzione del quadro clinico. Il primo danno è segnalato, in sede locale e generale, ai nodi connessi alla parte danneggiata, i quali rispondono attivando o rallentando le loro funzioni, secondo il tipo di connessioni (così, durante una malattia infettiva avremo da una parte aumento di temperatura e di circolazione, dall’altra diminuzione di forze e di appetito). La reazione si diffonde secondariamente agli altri nodi, innescando una serie di passaggi consequenziali e spostando la rete in una zona, nello spazio dell’energia, che si dice “lontana dall’equilibrio”, dove la spesa energetica è più alta. Una maggior quantità di energia dev’essere spesa per far fronte al “disequilibrio” tra i nodi che sono reclutati nella reazione e trovare un nuovo adattamento.

Chiamiamo questo nuovo stato come un adattamento fisiologico. Di solito, i nodi che hanno partecipato alla reazione rimangono rafforzati per un tempo più o meno lungo, cosicché lo stato della rete non si può definire identico a quello iniziale, permanendo una “memoria associativa” dell’esperienza fatta (es. tipico, ma non esclusivo, la memoria immunitaria). Un eventuale secondo incontro con il fattore patogeno innesca una risposta immediata ed efficiente, con un minimo allontanamento dall’equilibrio e minor rischio di malattia. A livello cellulare, le esperienze di stress (calore, radiazioni, sostanze tossiche, virus), una volta superate, rendono le cellule più resistenti a successivi attacchi. Ciò avviene mediante la sintesi di speciali gruppi di proteine dette appunto “proteine da stress” o “proteine da shock termico” le quali sono capaci di far recuperare più velocemente la forma alle proteine alterate o denaturate dall’attacco chimico-fisico.

Non tutte le reazioni al danno sono, quindi, da considerare fenomeni negativi, tanto più che molte di esse decorrono persino in modo asintomatico.

Sulla dinamica naturale di adattamento e reazione si possono instaurare processi decisamente patologici, che sono più propriamente chiamati “malattie”. Queste compaiono quando il danno iniziale è grave, ampio o molto consistente sul piano delle modificazioni organiche, oppure, più comunemente, quando il danno scatena una reazione non proporzionata, inefficiente o distorta. Si verificano quindi altre lesioni e si configura la malattia detta “acuta”: i danni sono causati non solo e non tanto dal fattore scatenante iniziale, quanto dalla reazione stessa, come in un circolo vizioso. Esempi di tale processo sono l’ascesso,[1] la trombosi,[2] un attacco acuto di allergia, lo shock,[3] la sindrome da distress respiratorio,[4] il danno ischemico[5] e post-ischemico,[6] gli attacchi di panico, ecc.

Solitamente, anche questo tipo di danno secondario può essere riparato dall’intervento di reazioni più ampie e generali come la maturazione di una risposta immunitaria efficace verso il microrganismo, la riparazione delle lesioni di continuità epiteliali e connettivali, la rigenerazione di cellule delle ghiandole esocrine ed endocrine, l’intervento, su scala cellulare, di sistemi di detossicazione e riparazione biochimici, ecc. Pertanto, si può rientrare nella reazione proporzionata e avere la guarigione, spontanea o medicalmente assistita, se l’intervento è appropriato. Le malattie acute tendono a guarire “da sole”, ma se il danno ha interessato un organismo affetto da varie predisposizioni o suscettibilità dovute a fattori concomitanti (età avanzata, abuso di alcool, allergie, deficit immunitari, insufficienze di organi importanti come il cuore o i reni, gli stessi farmaci se assunti in dosi inappropriate), la reazione può essere eccessiva o distorta, così da mettere a rischio la vita del paziente o causare invalidità permanenti.

Non sempre l’organismo, per quanto dotato di sofisticati sistemi di guarigione, riesce a recuperare la salute. Le malattie possono durare a lungo (mesi, anni) e non tendono a guarire, spesso presentano pochi sintomi, tanto che capita che siano scoperte quando ormai hanno fatto dei danni molto gravi e spesso irreversibili. La malattia cronica è segno di un compromesso tra vita e patologia, il tentativo di trovare un adattamento pur in condizioni precarie e dispendiose in termini energetici.

La visione moderna delle malattie croniche implica la presenza di diversi fattori interni (genetici) ed esterni (ambientali) che ripetutamente causano piccoli danni e che interagiscono aumentando il rischio di malattia. Nonostante si sappiano molte cose sui vari fattori responsabili, resta il fatto che i meccanismi generali di insorgenza e di consolidamento del disordine cronico restano largamente sconosciuti, soprattutto là dove si considerano le malattie dovute a fattori molto elusivi e leggeri e che, pur in un’apparente parità di fattori patogeni, colpiscono un individuo sì e un altro no, e, tra quelli colpiti, con manifestazioni oggettive e soggettive molto diverse.

La cronicità della malattia, secondo il punto di vista che è qui illustrato, consiste nel fatto che alcune reti, per fattori di suscettibilità e per fattori intercorrenti nella storia individuale, nelle loro dinamiche di adattamento possono bloccarsi in stati semi-stabili, che sono detti “minimi locali”, o attrattori, verso cui la rete è attratta come comportamento stabile o ciclico. L’asma e molte altre malattie croniche possano essere considerate come stati bloccati della rete: la patologia sottostante rimane perché la rete, trovandosi in un minimo locale, è incapace di per sé di tornare alla normale competenza regolativa. Benché le conseguenze di tale blocco disregolativo possano essere trattate (esempio: trattare gli asmatici con steroidi o i depressi con anti-depressivi), la patologia di base rimane e la malattia diviene cronica. Per questo le terapie mirate solo a sopprimere i sintomi, particolarmente nei casi cronici, non sono risolutive.

Va notato che, vista dalla prospettiva del sistema “patologicamente adattato”, la propria condizione appare come una “normalità”, vale a dire si tratta comunque di uno stato di semi-stabilità raggiunto come un attrattore, a seguito delle circostanze e data la storia passata del sistema. Pertanto, ogni tentativo, anche di tipo terapeutico, di spostare la rete da tale posizione viene inizialmente percepito come una “minaccia” alla stabilità raggiunta, anche perché il sistema allontanandosi dal suo equilibrio rischia di cadere in un attrattore ancora peggiore di quello in cui attualmente si trova. Lo psicotico crede di essere “normale”, anche se soffre, e in ogni caso ha paura che cambiando dovrà soffrire ancora di più.

Alla fine di questo excursus possiamo riassumere i principali concetti che distinguono la nuova visione della malattia proposta dalle scienze della complessità:


  • Multifattorialità: nella maggior parte delle malattie vi sono più cause (fattori patogeni) interne (genetiche) ed esterne (ambientali)
  • Dinamicità: l’organismo anche nella malattia segue le regole di comportamento dei sistemi dinamici e complessi: azione-retroazione, non-linearità, attrattori, biforcazioni
  • Globalità: la malattia come disordine delle comunicazioni interne (reti) e con l’ambiente
  • Multidimensionalità dei livelli: organo-cellula-molecola, psicologia, sociologia-cultura
  • Ambivalenza: i principali processi reattivi e fisiopatologici hanno una “doppia faccia”, sono armi a doppio taglio (es.: infiammazione, coagulazione, crescita/morte cellulare, immunità/ipersensibilità, ecc.).

Prospettive

Le prospettive offerte da un approccio sistemico e dinamico alla medicina, quale quello che si è venuto a configurare nei decenni a cavallo tra il secondo e il terzo millennio, sono molto ampie e hanno notevoli implicazioni. Scrive il Comitato Nazionale di Bioetica: «L’ultima epoca della storia della medicina, quella attuale, si connota per un’episteme caratterizzata dalla scoperta della complessità. È una scoperta che proviene dalla filosofia e dalla fisica del XX secolo e che ha prodotto la consapevolezza del fatto che il mondo, nel suo insieme, è non lineare, bensì irregolare, variabile, instabile, precario e incerto, in breve complesso. (…) Purtroppo di questo concetto moderno di complessità, che implica prudenza nelle convinzioni e nella prassi, consapevolezza dei limiti e dei rischi, non vi è stata, nel medico, una presa di coscienza adeguata e diffusa e ciò è da taluni ritenuto una delle cause dell’odierna crisi di identità della figura del medico nella società e dell’incerta collocazione della sua arte tra le scienze fisiche e naturali.». (Comitato Nazionale di Bioetica: Scopi, Limiti e Rischi Della Medicina. Presidenza Consiglio del Ministri: Roma, 2001). Ovviamente non potremo in questa breve introduzione al problema delineare tutte le conseguenze pratiche che tale posizione comporta. Per questo in calce sono riportati alcuni testi dell’autore dove è possibile trovare approfondimenti.

Dal punto di vista fornito dalla scienza della complessità, il “centro” della dinamica patologica non è né il fattore genetico, né il fattore ambientale, ma il disordine sistemico e dinamico dell’informazione e dell’energia così come sono gestite dai sistemi omeodinamici (“forza vitale”). La malattia è avvertita come perdita di libertà, essa “costringe” il corpo e la psiche in una situazione di minori possibilità, “blocca” le capacità di azione. L’orizzonte di senso si restringe, spesso limitandosi all’obiettivo della terapia o della guarigione, quando possibile.

Un altro aspetto di notevole importanza si riferisce al fatto che non sempre ciò che “appare” come patologia lo è veramente (come per il sintomo dolore, o la febbre), mentre neppure l’assenza di sintomi coincide con la salute. I processi funzionali e i sintomi non sono significativi in se stessi, il loro significato dipende dall’interpretazione che se ne dà. Quando il polso o il cuore seguono un determinato ritmo, la temperatura corporea mantiene un certo calore, il respiro si affanna, le ghiandole secernono ormoni, i linfociti producono anticorpi, gli occhi lacrimano, ecc., tutte queste funzioni esprimono una informazione che nasce da una “coscienza” del nostro organismo (corpo-mente-spirito) che esprime un significato. Sono “segni” di un progetto che si dipana, si esprime. Malattia significa sparizione dell’armonia, messa in discussione del progetto di ordine che fino a quel momento governava il corpo ed era in stato di equilibrio a tal punto che non esprimeva sintomi. Il sintomo è un segnale che calamita attenzione, interesse ed energia e mette in discussione tutta la normale esistenza, perché ha il significato di esprimere il turbamento del progetto globale che sottostà alla normale salute. Qualunque cosa si manifesti nel nostro corpo sotto forma di sintomo è espressione sensibile di un processo invisibile, di qualcosa che non è in ordine e che quindi ci interpella. Sarebbe sciocco prendersela con il sintomo e sarebbe addirittura assurdo volerlo eliminare rendendo impossibile la sua manifestazione.

Il sintomo non deve essere soppresso, ma “reso superfluo”. Per ottenere questo si deve distogliere lo sguardo dal sintomo e concentrare l’attenzione più “in profondità” e “prima”, per capirne il messaggio. Bisogna approfittare del sintomo per capire “cosa non va”, “cosa ci manca” per superare il momento di disordine. Quella che noi chiamiamo” la malattia” spesso è l’espressione esterna e sintomatica di un lavorio dei nostri sistemi omeodinamici, che ha il fine di farci guarire (da un’intossicazione, un’infezione, un eccesso alimentare, un disordine dello stile di vita) o almeno trovare un adattamento alle mutate condizioni biologiche esterne o interne. L’errore della medicina attuale è di concentrarsi troppo sul sintomo e sul meccanismo, non puntare più alla “guarigione”, ma solo alla “terapia”. Guarigione significa sempre un avvicinamento alla verità di noi stessi e delle cose, un guadagno di informazione, di consapevolezza, di coscienza (intesa anche come consapevolezza psicofisica della realtà), di informazioni. La strada da seguire è dalla malattia alla salute-salvezza, dalla malattia alla purificazione e al rafforzamento della coscienza, all’unità della persona, alla comunione con gli altri e all’armonia con la natura.

Bisogna allargare l’idea di patologia e uscire dagli schemi nosologici. Non sempre è sufficiente “dare un nome alla malattia”, spesso è utile ragionare sul processo fisiopatologico, sull’alterazione biochimica e immunologica, sul significato “teleonomico” delle alterazioni funzionali in atto. L’approccio va centrato sul paziente e non sulla malattia. Si tratta, soprattutto, di capire se le manifestazioni fenomenologiche riflettono una reale patologia (da combattere) o non piuttosto una reazione normale dell’organismo allo stress dato dall’incontro con fattori patogeni (da rispettare e incentivare).

Lo scopo principale di qualsiasi terapia è di restaurare l'equilibrio del paziente, e poiché il modello sistemico riconosce la tendenza innata dell'organismo di guarirsi da sé, il terapista cerca di interferire solo minimamente e di creare un ambiente che sia propizio alla guarigione. Un tale approccio alla terapia è multidimensionale, implicando trattamenti a vari livelli del sistema mente/corpo, che richiedono spesso un lavoro d'équipe. Un approccio olistico alla salute e alla guarigione riconosce le "forze guaritrici" presenti in ogni organismo, cioè la tendenza innata dell'organismo a riportarsi in uno stato equilibrato dopo una perturbazione. Un tale approccio è anche consapevole del fatto che questo processo della guarigione sempre include aspetti fisici insieme ad aspetti mentali e persino spirituali, poiché l'ammalarsi e il guarire sono entrambi processi dell'auto-organizzazione di un essere unico e irripetibile.

L’essere umano non è eterno, quindi si deve abbandonare ogni pretesa utopica di immortalità, anche se si deve fare di tutto per prolungare la vita. Anche se si riuscisse, teoricamente, a eliminare tutte le malattie, non sarebbe possibile eliminare l’invecchiamento che è legato semplicemente all’”usura” del sistema biologico per il solo fatto di essere in vita. Essere in vita è essere in cambiamento, e ogni cambiamento è accompagnato da errore e disordine, anche se molto piccolo, comunque inevitabile. La “deriva utopica” della medicina, spesso indotta dai mass-media che amplificano notizie strabilianti di progressi biotecnologici (clonazione, cellule staminali, selezione degli embrioni, ecc…), ha degli aspetti inquietanti. Infatti l’approccio dominante, esclusivamente riduzionista, rischia non solo di creare false illusioni ma anche di deviare le risorse verso modelli di ricerca e terapia inapplicabili alla popolazione, sottraendole a interventi meno clamorosi ma più utili (ad esempio quelli diretti verso la prevenzione o le cure palliative).

L’atto medico non è solo “terapia”, ma anche “prendersi cura”, assistenza (nel senso etimologico del termine ad-sistere, stare vicino), com-passione, coinvolgimento, corresponsabilità. Per “conoscere” ciò che perturba la salute del malato è necessario un certo grado di coinvolgimento personale. La relazione di “cura e di aiuto”, espressa da una qualunque delle professioni sanitarie, è fondata su schemi intrapsichici e transattivi comuni, che sono particolarmente evidenti nella relazione che si instaura nel corso di una psicoterapia. Pertanto, considerare le dinamiche che entrano in gioco nella relazione ha interesse per chiunque sia chiamato ad affrontare la sfida con il dolore e la sofferenza, che la malattia pone sia al paziente che allo stesso operatore sanitario. Quest’ultimo, nel “prendersi cura” della persona che a lui si affida, si “fa carico” in vario modo e in varia misura dei problemi del paziente e ne è coinvolto. Le dinamiche psicologiche della relazione, spesso inconsce, possono costituire importanti strumenti di cura e aggiungere soddisfazione al lavoro dell’operatore sanitario. D’altra parte, è ben noto che le stesse dinamiche, se non gestite in modo consapevole e professionale, possono generare false attese o persino pretese reciproche, che finiscono col condizionare negativamente la cura e, più in generale, col giustificare una crescente spersonalizzazione del rapporto medico paziente e la sfiducia nel sistema sanitario.

Il malato chiede sì di essere guarito dalla malattia, ma chiede anche il senso, il significato della malattia (“perché proprio a me?”), cioè chiede insieme “salute” e “salvezza” (è notevole che nell'etimologia latina la parola “salus” abbia tale doppio significato. Per questo la malattia è un’occasione preziosa che non può essere sprecata, riducendola a semplice problema da eliminare, o eliminando da essa la provocazione esistenziale, la domanda di evoluzione, ultimamente di mistero.


Per approfondire (tutti i testi sono disponibili almeno in manoscritto nel sito dell’autore www.paolobellavite.it):


(1)   Bellavite, P.; Andrighetto, G. C.; Zatti, M. Omeostasi, Complessità e Caos. Un'Introduzione; Franco Angeli: Milano., 1995.

(2)   Bellavite, P.; Zatti, M. Il Paradigma Della Complessità Nelle Scienze e in Medicina. La Nuova Secondaria (ed. La Scuola, Brescia)1996, 7, 45-53.

(3)   Bellavite, P. Dal "Saggio Su Un Nuovo Principio" All'Era Della Biologia Molecolare. Si Può Ancora Parlare Di "Medicina Alternativa"? Medicina Naturale 1997, 5, 42-45.

(4)   Bellavite, P. Scienza e Mistero. La Nuova Secondaria (ed. La Scuola, Brescia) 1998, 8, 85-89.

(5)   Bellavite, P. Biodinamica. Basi Fisiopatologiche e Tracce Di Metodo Per Una Medicina Integrata; Tecniche Nuove: Milano, 1998; pp 1-363.

(6)   Bellavite, P.; Conforti, A.; Lechi, A.; Menestrina, F.; Pomari, S. Le Medicine Complementari. Definizioni, Applicazioni, Evidenze Scientifiche Disponibili; Utet-periodici: Milano, 2000.

(7)   Bellavite, P.; Semizzi, M.; Musso, P.; Ortolani, R.; Andrioli, G. Medicina ufficiale e terapie non convenzionali: dal conflitto all'integrazione? Medicina e Morale [5], 877-904. 2001.

(8)   A.A.V.V. Il Dolore e La Medicina. Alla Ricerca Di Senso e Di Cure; Società Editrice Fiorentina: Firenze, 2005.

(9)   Bellavite, P. Medicine: Therapeutic Art and Experimental Science. Journal of the Medicine and the Person 2006, 4, 157-162.

(10)   Bellavite, P. La Complessità in Medicina. Fondamenti Di Un Approccio Sistemico e Dinamico Alla Salute, Alla Malattia e Alle Terapie Integrate; Tecniche Nuove: Milano, 2009.

(11)   Bellavite, P.; Chirumbolo, S.; Magnani, P.; Marzotto, M.; Ortolani, R.; Vella, A.; Conforti, A. Recherche Fondamentale Et Appliquée Dans Le Domain Biologique . In Santé Et Humanisme; Rey, L., Ed.; Jacques André Editeur: Lyon, 2011.

(12)   Zanini, S.; Marzotto, M.; Giovinazzo, F.; Bassi, C.; Bellavite, P. Effects of Dietary Components on Cancer of the Digestive System. Crit Rev. Food Sci. Nutr. 2014.

(13)   Bellavite, P. La complessità in immunologia, dalla molecola al gregge (Complexity in immunology, from molecule to herd). PNEI Review 1/2018, 18-40. 2018.

(14)  Bellavite, P.; Donzelli, A. Hesperidin and SARS-CoV-2: New Light on the Healthy Function of Citrus Fruits. Antioxidants. (Basel) 2020, 9.

(15)   Bellavite, P. Causality Assessment of Adverse Events Following Immunization: the Problem of Multifactorial Pathology. F1000Res.2020, 9, 170.

(16)   Zanini, S.; Renzi, S.; Limongi, A. R.; Bellavite, P.; Giovinazzo, F.; Bermano, G. A Review of Lifestyle and Environment Risk Factors for Pancreatic Cancer. Eur. J Cancer 2021, 145, 53-70.


[1] Ascesso: infiammazione acuta, di tipo purulento (con formazione di pus), localizzata.

[2] Trombosi: formazione nel sangue di un aggregato di piastrine e fibrina, si forma in condizioni di patologia del sistema emostatico e/o della parete vascolare. Può causare occlusione o embolia.

[3] Shock: grave disordine dell'omeodinamica del sistema cardiovascolare, accompagnato da danni biochimici e cellulari, dovuto alla permanenza senza adeguati compensi di uno squilibrio tra sangue circolante e letto vascolare. Le principali cause sono gravi traumatismi, emorragie, cardiopatie, anafilassi, infezioni disseminate, ustioni.

[4] Difficoltà di respirazione dovuta al difetto di circolazione polmonare il cui meccanismo è spesso l’aggregazione dei leucociti per infiammazione generalizzata.

[5] Ischemia: difetto di circolazione che porta a difetto di ossigenazione e nutrizione dei tessuti, quindi facilmente all’infarto.

[6] Danno post-ischemico: un danno al tessuto dove precedentemente mancava il sangue, che si verifica alla riapertura del flusso ematico.

La complessità in medicina: tra “Bios” e “Pathos” - di Paolo Bellavite su Sfero


Commento:  "resta il fatto che i meccanismi generali di insorgenza e di consolidamento del disordine cronico restano largamente sconosciuti" .

Come dire grazie per questo scritto? Se saremo fortunati, se ci sarà un minimo di kairos, assisteremo finalmente a un cambio di paradigma: le premesse (evviva!) ci sono tutte. Grazie Professore!

 

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