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di Valeria Ballarati

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Racconti e Poesie

Le cose che ho imparato della vita

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“Io non so dire con parole diverse quello che ho scritto in una poesia. Quando la spieghi la poesia diventa banale. Meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni che la poesia può svelare ad un animo predisposto a riceverle”.  Pablo Neruda

Ci sono dei momenti in cui la poesia é necessaria.

Ciao. Sono tornata.

 

Le cose che ho imparato della vita
di Paulo Coelho

Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:

-Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà.E per questo, bisognerà che tu la perdoni.
-Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.

 

Di nuovo Buonasera 2011

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Anche questa sera fingerò per amore” comincia con una bella frase e una canzone il fortunato spettacolo di Gigi Proietti a Roma di nuovo Buonasera a tutti 2011, é l’ultimo appuntamento prima della pausa estiva.
L’avevamo visto due anni fa ma é bello rivederlo, anche dall’alto della galleria, “dove ce stanno quelli che pagheno de meno” ma solo perché erano gli ultimi posti disponibili.

Ci piace vedere la sua “contaminazione di generi” che va dalla recita delle poesie, al sonetto del Belli, dagli accenni scherzosi alla sua scuola di teatro al Brancaccio (soffiatagli da sotto il naso da Maurizio Costanzo) alle vecchie canzoni romanesche, cantate da Gabriella Ferri e Lando Fiorini, che danno una connotazione romantico-nostalgica allo spettacolo, gradita e apprezzata visti gli applausi.

E’ il suo modo speciale di raccontare e fare l’avanspettacolo, come tiene il palco e muove con grazia le mani, le espressioni del viso (un po’ distanti stavolta!) le barzellette, lo sketch di Dino Verde del Guardiano del Cimitero, la satira elegante nella Signora delle Camelie, la spiegazione della “carrettella” attraverso il monologo dell’Otello, che ti fanno sembrare d’essere ad una riunione serale tra amici.

 

Le sante dello scandalo

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Le Sante dello Scandalo è un libro meraviglioso.

Attraverso le sue conoscenze linguistiche, la sua cultura e la sua sensibilità Erri De Luca interpreta le Sacre Scritture rimettendo forse in asse i ruoli delle cinque donne citate dall’Evangelista Matteo all’inizio del Nuovo Testamento.

E’ singolare ritrovare nomi femminili proprio in quel punto: singolare per la discendenza narrata, totalmente maschile, per il tipo di testo, per l’epoca,  la posizione subordinata delle donne del tempo.

Può darsi che l’autore abbia pensato che era il momento. Io l’ho sentito come un regalo.

Un regalo prima di tutto a loro – Tamar, Rahav, Rut, Bat-Sheva Betsabea e Miriam Maria - ma esteso di riflesso ad ogni donna, una sorta di riscatto storico nei tempi in cui l’argomento è così dibattuto, in cui fioriscono iniziative per la categoria femminile che sembra essersi avviata al suo percorso di consapevolezza.

E’ anche vero che la considerazione che ci viene dimostrata di questi tempi rassomiglia ancora molto ad una prova generale,  ad un nuovo vestito o ad un premio di consolazione più che al raggiungimento di uno status vero e proprio …

Gli uomini non sembrano pronti a guardare le donne come “esseri a loro pari”. Del resto le hanno sempre viste all’interno di ruoli che le sminuivano o le innalzavano, mai ad un livello paritario.

 

La caverna di Psiche

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(...)

Nell'uomo esiste invece, accanto a moltissimi altri, il sentimento della tristezza e quello più leggero della melanconia. Viene naturale pensare che abbia un rapporto con la morte, con la consapevolezza del nostro limite temporale che gli altri esseri viventi non sono in grado di percepire.

Io non credo però che sia il pensiero della morte a creare tristezza dentro di noi. Può creare paura, angoscia, bisogno di sfuggire in qualche modo da quella minaccia, ma non tristezza. Chi riesce ad accettare il pensiero della morte come inviolabile legge di natura, non per questo mette in fuga la tristezza.

Leopardi conta la tristezza del passero solitario pensando alla propria solitudine, non alla morte. E così lo sguardo melanconico delle Madonne del Botticelli o dei giovani del Tiziano e di Lorenzo Lotto. Non c'é paura in quegli occhi. C'é rimpianto. La tristezza é dunque un rimpianto? Di che cosa?

 

L'uomo che verrà

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L’UOMO CHE VERRA’ é un film emozionante, onesto, appassionato, che sa coniugare lucidità morale e lettura storica, evitando luoghi comuni e cadute retoriche, e riesce a regalarci una delle più belle prove di un cinema necessario, di altissimo rigore morale e insieme di appassionante e coinvolgente forza civile.

Ambientato nelle colline bolognesi vicino a Marzabotto,quotidiana della famiglia contadina Palmieri, dall'inverno 1943 all'autunno 1944: i nazisti presidiano con determinazione la Linea gotica, i partigiani del comandante Lupo s’impegnano nell'infastidire e sabotare le azioni degli occupanti e i civili cercano di campare alla meno peggio, subendole intimidazioni degli uni e le richieste degli altri.

Lena porta in grembo l'«uomo che verrà», la cognata Beniamina spera di migliorare la sua condizione andando a servire a Bologna, il marito Armando si dibatte tra i vincoli della mezzadria e le imposizione fasciste. Insieme ai contadini che abitano nella stessa cascina, condividono la dura vita quotidiana e quel che resta della voglia di trovarsi insieme a ballare o chiacchierare.

A guidare lo spettatore c'è lo sguardo curioso di Martina, 8 anni, la figlia di Lena e Armando diventata muta dopo la morte di un precedente fratellino e trepidante custode di quello in arrivo: il bambino nasce nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944, proprio mentre i nazisti stanno rastrellando donne, bambini e anziani, un eccidio che passerà alla storia come la strage di Marzabotto…

 

 

Mi piaci quando taci

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La trovò nella stanza esposta al vento autunnale, lo sguardo incalzato dall’obliqua luna piena, la penombra soffusa sulla coperta, il respiro affannoso.

“Che fai?” le domandò.
“Sto pensando”.

Un brusco colpo della mano azionò l’interruttore e la luce aggredì il suo volto assente.
“Se stai pensando voglio vedere che faccia fai quando pensi”.

Beatriz  si coprì gli occhi con le mani.
“E con la finestra aperta in pieno autunno!”
“E’ la mia stanza, mamma”.
“Ma i conti del medico li pago io. Parliamoci chiaro, figlia. Chi è?”

 

Le Vacche, il vero amore nostro

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" In ogni caso, come le dicevo, i miei parenti hanno sempre parlato con gli animali e ci si sono sempre intesi quasi meglio che con i cristiani. Mio nonno faceva il carrettiere da giovane e il suo cavallo era per lui un fratello. Non le dico i cani da caccia, che tutti i miei zii  hanno sempre trattati come figli. Le vacche poi, sono state il vero amore nostro. Non c’è un Peruzzi che non abbia amato più le sue bestie che le sue mogli. O almeno le bestie gli hanno sempre obbedito più delle mogli e non c’è una bestia sola che ci abbia mai risposto come rispondevano queste. Mai una moglie che ad un certo punto ci sia riuscito di far tacere e far restare zitta. Niente da fare. Sempre a noi tocca. Sono loro le vere bestie nostre, mentre quelle altre bastava che i miei zii le chiamassero e subito rispondevano...

 

Filastrocca inglese

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Questa filastrocca l'ho imparata a Londra circa venticinque anni fà, durante uno dei miei primi soggiorni all'estero "alla pari" per migliorare l'uso della lingua inglese. E' originaria dell'Inghilterra del Sud e pare voler associare le catteristiche del bimbo al giorno della settimana in cui é nato. Ne esistono diverse versioni e questa la sentivo recitare - ai loro quattro bimbi piccoli - nella famiglia dove soggiornavo.

Io sono un Saturday's child. E voi?

 

 

La fine del mondo storto

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Durante la mia settimana di vacanza all’inizio dell’anno non ho combinato un granché: sono diventata più lenta  e quindi mi sono riposata; ho passato più tempo con la mia bambina, ampliando la mia cultura in fatto di cartoni animati, e poi ho letto due libri: Bugiarda no, reticente di Franca Valeri e la fine del mondo storto di Mauro Corona.
Il primo mi è piaciuto sebbene io trovi la Signora Valeri un pochino snob e – lo dico piano – superba ma, beata lei, può pure permetterselo! Del secondo invece mi rimane una domanda: ma con chi ce l’aveva Corona quando l’ha scritto?Perché dovete sapere che la fine del mondo storto racconta si di come sarà il mondo quando finirà il combustibile – ogni genere di combustibile – ma lo racconta arrabbiandosi molto e non si capisce bene con chi.  “Sacramento!” è l’espressione che usa,  una parola che conosco perché la sentivo dire spesso da piccola, da mio padre, nella versione dialettale del mio paese e cioè con la “u” finale.

 

I loro Paradisi

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Mi sono detta: “A un certo punto di queste divagazioni  mi devo pur far conoscere”. Le storie della mia vita non sono un libro aperto. Si sappia che io parlo molto con i miei cani e gatti. Ci capiamo a dei vertici che possono sembrare folli agli increduli, ma non ai padroni dei cani. Non è semplice comprendere la portata vitale della presenza di un cane e di un gatto in casa. Vuol dire garantirsi contro la solitudine in un modo gioioso, sereno, senza paure. In questo senso l’animale ha dei poteri soprannaturali. Io lo penso. E siccome sono reticente mi fermo qui. Ma quando sono sola, o anche con loro, parlo spesso con quelli che mi sono morti; ne ho avuti tanti e loro ci lasciano troppo presto. Cosa avranno pensato di me, che non ho versato una lacrima?

 

Le poesie di Pablo Neruda

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Questa poesia é la mia preferita di Pablo Neruda.
Prendetevi tempo per leggerla, arrivate alla fine e ... immaginare la notte stellata.

(...)
Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Io l'ho amata e a volte anche lei mi amava.

In notti come questa l'ho tenuta tra le braccia.
L'ho baciata tante volte sotto il cielo infinito.

Lei mi ha amato e a volte anch'io l'amavo.
Come non amare i suoi grandi occhi fissi.

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Pensare che non l'ho più. Sentire che l'ho persa.

 
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Parole per pensare

Sono ciò che penso: le mie idee creano la mia identità.

(Cit.)

«Quanto siamo stanche io e te. Dovremmo riposarci un po’» dice Donatella a Beatrice mentre il Valium fa effetto sul lungomare di Viareggio all’imbrunire, è un dialogo che ti rimane dentro, come tutta La pazza gioia.

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«Quanto siamo stanche io e te. Dovremmo riposarci un po’» dice Donatella a Beatrice mentre il Valium fa effetto sul lungomare di Viareggio all’imbrunire, è un dialogo che ti rimane dentro, come tutta La pazza gioia.

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