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di Valeria Ballarati

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Home Racconti e Poesie The making of ... Secondo compito del corso

The making of ... Secondo compito del corso

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Questa settimana i compiti erano due: il primo era scrivere un Pitch di 150 parole del proprio progetto, il secondo scrivere un racconto di tre pagine.

Il Pitch é un lancio, un testo piccolino che serve a comunicare la tua idea e deve avere un'unica caratteristica: essere eccezionale. Il Pitch é la scintilla che innesca tutto, il vuoto cosmico prima del Big Bang, per dirla alla Fellini, e se é ben fatto susciterà l'interesse di chi investe nel tuo progetto.

Il racconto invece fa parte di una raccolta. Vediamo se piace anche a voi, ho cambiato poche cose tra cui il titolo.

V.


Volevo cantare

Era divertente giocare a fare la cantante, da piccola.

Il mio palcoscenico era il piazzaletto davanti alla casa dei nonni, un quadrato di cemento liscio e chiaro circondato da siepi basse di bosso e salvia, dal giardino e dalla cancellata con l'ingresso. Prima dello spettacolo preparavo gli strumenti. Correvo in cantina a prendere la vecchia pompa per gonfiare le ruote delle biciclette, una comune pompa aspirante e premente, e sganciando il condotto dell’aria dal suo alloggiamento ottenevo il filo per la presa di corrente, come per i microfoni veri che avevo visto alla tv. Alzando lo stantuffo all’altezza del viso sistemavo un meraviglioso microfono e quand’era tutto pronto … cantavo. Oddio, cantavo: mi sembrava di avere una bella voce ma del risultato non sono poi così certa. Senz’altro adoravo l’arte, le luci della ribalta, la sensazione di potermi esprimere e riempire i monotoni pomeriggi di provincia con un gioco emozionante. Avevo circa sei anni, era il 1973.

Cantavo qualche canzone dello zecchino d’oro e del coro parrocchiale ma avevo una mia canzone preferita: Ma come porti i capelli bella bionda e arrivando al ritornello ci mettevo tutta la voce che avevo. Se un viandante passava di là per caso non poteva non notare la scena e osservandomi per un breve tratto proseguiva divertito.


Il mio palcoscenico confinava con la strada provinciale per Legnano, una via ad alta percorrenza che solo a nominarla, e sempre con una certa enfasi da parte degli adulti, richiamava terribili insidie, disgrazie mai del tutto enunciate e grandi pericoli per noi bambini che dovevamo starle alla larga se non volevamo una punizione. Per me i rumori delle auto e dei camion in transito semplicemente non esistevano: l’esibizione assorbiva la mia attenzione e i miei pensieri, tranne che per un evento veramente speciale che accadeva una volta al mese. Un rombo cupo lo annunciava in lontananza.

Giungevano dapprima delle piccole jeep maculate. Sul primo veicolo una targa argentata indicava “INIZIO COLONNA” mentre sul secondo un lunghissimo filo d’acciaio lucente era teso a formare un arco. Seguivano grandi camion telonati anch’essi maculati, con enormi pneumatici alti forse quanto me, e comunque i più grossi che avessi mai visto. Sul retro su panchette di legno s'intravedevano giovanotti seduti in tenuta militare. Il traffico s’arrestava. Alcuni uomini scendevano dalle jeep e con ampi gesti indicavano agli automobilisti come parcheggiarsi cautamente a lato della strada, sgombrando di fatto il percorso. Dopo un irreale attimo di attesa il lontano rombo cupo si faceva via via più assordante, più vicino, e apparivano venti, trenta, non saprei dire quanti carri armati giganti. Per osservarli mi arrampicavo velocemente sulla colonnina d’angolo della cancellata, sedevo sulla basetta in cima e al loro passaggio gridavo “ciao!” sventolando il fazzoletto smocciolato. I soldati ricambiavano il saluto dalla torretta sporgente sopra il mezzo.

Un dì la colonna si arrestò bruscamente. Rimasero in fila a motore spento per alcuni minuti e dei fanti poco più che ragazzi uscirono dal ventre del cingolato affacciandosi alla ralla. Vedendomi seduta in quel posto così strano mi parlarono. Ciao bambina! Risposi sorridendo. Come ti chiami? Pamela, mentre ondeggiavo le gambe a penzoloni nel vuoto. Cosa fai li ? Mi piacciono i carri. Volevo guardarli mentre il mio spettacolo é in pausa. Uno spettacolo? E che spettacolo è? Io canto! Mi piace cantare …  Il ragazzo si tolse il cappello piumato, si accese una sigaretta ed esalò la prima corrente di fumo. Senti, vuoi cantare per noi? Una vera platea? Cantare una canzone? Ma certo! pensai. Balzai in piedi sulla colonnina d’angolo come su un piedistallo e guardando il ragazzo dritto negli occhi, col coraggio del suo sorriso intonai la prima strofa della mia canzone preferita: Ma come porti i capelli bella bionda.

In poco tempo una piccola folla si era radunata tutt’attorno e quando l’ultimo verso finì ci fu un attimo d'imbarazzante silenzio. Forse la canzone non era piaciuta? Avevo preso una nota stonata? Cos'altro? La paura aveva cominciato ad affollare i pensieri quando ci fu un primo leggero battito di mani, al quale altre mani si aggiunsero subito, e poi altre, e altre ancora, e l’applauso cresceva diventando forte e poi fragoroso, con fischi, grida di apprezzamento, e applaudivano anche gli automobilisti in sosta perché l’esibizione era piaciuta proprio a tutti! ero in piedi immobile, incredula e felice.

Ma il successo durò pochissimo. Una voce dura impartì un ordine secco da un megafono, i ragazzi scattarono sui mezzi, riaccesero i motori e i carri si misero rumorosamente in moto tra sbuffi di fumo denso e scuro. La colonna ripartì lasciando sull’asfalto e nel mio cuore profondi segni del loro passaggio. Ciao Pamela, grazie! Ciao, a presto!

Seguirono altri pomeriggi di spettacoli di provincia nei quali cantavo la mia canzone preferita. C'erano stati a volte passanti in ascolto ma, salvo quell’unico episodio dei carri, nessuno si era mai fermato appositamente per me e fu strano notare due adulti sconosciuti fermi dall'altra parte della strada. Osservavano e parlottavano. Non ero a mio agio! Quei due erano proprio dei seccatori e nell’attesa che se ne andassero simulai un improvviso guasto al microfono. Fingevo di controllare la rottura e provare una riparazione ma li tenevo d’occhio. Purtroppo non avevano intenzione di andarsene, l'esibizione oramai era rovinata e per quel giorno lasciai perdere: smontai l’attrezzatura, rimisi la pompa in cantina e rientrando a casa mi chiedevo il perché di tutto quell'interesse.

Era passato un anno. Una sera alla tv due buffi signori cantavano e ballavano una nuova canzone in un popolare programma serale. Sembrava una melodia familiare e a tratti somigliava a ... la mia canzone preferita! Ma si, era proprio lei! Come facevano questi due a conoscerla? Le parole erano mie, me lo ricordavo benissimo. O forse no? La canzone fu un grande successo, papà acquistò il 45 giri e coi fratelli l'ascoltavamo a ripetizione nel mangiadischi portatile, sdraiati in cortile a pancia all’aria.

Ma più dell’ascolto delle musiche del giradischi il mio cuore si nutriva dell’emozione del palcoscenico. La domenica a volte vi salivano anche i miei fratelli e cugini in visita ai nonni. Con tutti quei bambini si poteva giocare al Festival della Canzone di San Remo. La scala del piazzaletto diventava per l'occasione la scalinata del più celebre Teatro Ariston, addobbata sui gradini con i gladioli gialli, le dalie arancio e i giacinti viola strappati a mano dalle aiuole di nonna, che non ci sgridava in pubblico, ma attendeva occasioni meno affollate per lamentarsi con noi della mancanza di fiori da portare al camposanto. I cugini erano già elegantissimi nei loro abiti della festa ma per la presentatrice (io) ci voleva un abito e trucco adatto all'occasione. Nel cassetto sotto allo specchio ottagonale dell’ingresso, tra spazzole e pettini c’erano i trucchi della mamma: un bel rossetto scarlatto, un ombretto azzurro e la cipria. Nella scarpiera dietro alla porta trovavo un paio di scarpe col tacco e prendevo la vestaglia da camera appesa. Era rosa, leggera e trasparente, con ampio collo e maniche bordate di piume di struzzo. Formava un leggero strascico. Mentre mi preparavo il microfono – la pompa – veniva posizionata e lo spettacolo aveva inizio tra gli applausi e una traballante discesa dei gradini d'ingresso sui tacchi troppo alti, molto sorridente e vistosamente truccata.

Annunciare il nome dell’artista era un privilegio, poco ricambiato dai cugini che non s’impegnavano abbastanza nell’esibizione, scendevano le scale ancor più scordinati di me e intonavano brani inutili. Di tanto in tanto un familiare appariva sulla scena chiedendo di poter assistere e andava a sedersi sul muretto della cancellata; se al contrario la canzone piaceva d’un tratto erano tutti affacciati alle finestre ad ascoltare, con espressioni intenerite piuttosto comiche. Purtroppo nessuno dei miei fraelli o dei cugini aveva velleità artistiche: dopo un iniziale attimo d'euforia s'intimidivano col microfono, si distraevano con la platea e cominciavano a ridere. Finiva che perdevano la concentrazione, non si divertivano più e piagnucolavano di volersi sedere sulla cancellata, a fare gli spettatori. Le luci della ribalta non erano mica da tutti! Cantare e ricevere applausi era per artisti veri e io m’inchinavo e mandavo baci con la manina sul cuore cercando di imitare i gesti di quella brava soubrette che chiamavano Wandissima.

In seguito al grande successo della loro canzone Cochi e Renato rilasciarono un'intervista tv. Alla domanda "Chi di voi ha ideato il famoso ritornello?" i due si scambiarono uno sguardo complice: "Nessuno dei due, veramente. Un giorno passavamo su una strada di provincia e in un piazzaletto di cemento liscio e chiaro c'era una bambina che cantava, tenendo tra le mani la pompa di una bicicletta: il ritornello è suo, noi ce ne siamo solo innamorati ..."

Come sono strani i ricordi, riaffiorano all’improvviso. Erano passati trent’anni. Al termine della Traviata mi ero appena tolta gli abiti di scena e stavo iniziando a struccarmi quando un uomo anziano bussò timidamente al mio camerino. Aprendo me l’ero trovato davanti e non avevo saputo trattenere un moto di stizza; ancora una volta uno sconosciuto aveva superato la barriera della sorveglianza. Ma qualcosa nello sguardo dell’uomo mi aveva impedito di mandarlo via, era un sorriso familiare, impertinente, al quale risposi con uno sguardo interrogativo. Mi perdoni, la prego – disse l’uomo – non ho saputo resistere alla tentazione di venire a salutarla. Forse il mio sguardo si fece più insistente e l’uomo proseguì: Si ricorda, trent’anni fa, quella bambina arrampicata sul cancello? Non l’ho mai dimenticata: ho assistito a quella sua esibizione con una gioia che lei non può immaginare! Io ero in piedi nella torretta di un carro armato e fumavo una sigaretta …

 

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Parole per pensare

Sono ciò che penso: le mie idee creano la mia identità.

(Cit.)

«Quanto siamo stanche io e te. Dovremmo riposarci un po’» dice Donatella a Beatrice mentre il Valium fa effetto sul lungomare di Viareggio all’imbrunire, è un dialogo che ti rimane dentro, come tutta La pazza gioia.

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«Quanto siamo stanche io e te. Dovremmo riposarci un po’» dice Donatella a Beatrice mentre il Valium fa effetto sul lungomare di Viareggio all’imbrunire, è un dialogo che ti rimane dentro, come tutta La pazza gioia.

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