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di Valeria Ballarati

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Home Racconti e Poesie The making of ... ho finito il Romanzo

The making of ... ho finito il Romanzo

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Ho finito il Romanzo. Mi ero ripromessa di terminarlo per Primavera e dopo quasi due anni ci ho finalmente scritto la parola "Fine."

Sono scesa dal piano di sopra e sulla scala l'ho detto a mio marito:

"Dì, ho messo la parola fine al romanzo."

"E me lo dici così?"

Era la cosa più naturale del mondo, una sensazione stranissima, quel genere di calma dopo il temporale quando il cielo si rischiara, il primo sole esce con l'arcobaleno ma nell'aria c'é ancora odore d'acqua.

C'é ancora odore di romanzo nell'aria ...


Nei giorni precedenti il termine della scrittura sono stata male e ho dovuto fermarmi: non capivo più dove finivano i dolori da fibromialgia e cominciava la tensione della scrittura dovuta al cambiamento, alla nostalgia, al ricordo di ciò che sapevo sarebbe finito. Misto a paura, come sempre. A un certo punto mi sono lasciata andare - vada come vada! - e i capitoli 29 e 30 hanno preso la loro forma definitiva, più corta. Del resto non c'era più molto da dire.

Adesso mi sento di una calma inusuale. Non ho voglia di far niente, o meglio, vorrei semplicemente staccare e vivere. Per il resto contemplare. Contemplare cosa? Non so, gli alberi di fico che mettono le gemme e i fiori appena sbocciati in giardino; i miei animali, cane e gatti, quando mangiano e dormono; avrei voglia di una passeggiata tra i lecci e i sugheri di Tor Caldara, sino al mare, per guardarlo dalla costa in alto. Penso che lo farò: domani la riserva é aperta.

Lascio il romanzo a sedimentare un pochetto - come molti consigliano - poi lo rileggerò, farò le ultime correzioni e chiamerò l'Agente letterario (o forse parteciperò a un Premio).

Mi ritornano in mente episodi come lampi.

Quando non riuscivo a mettermi seduta a scrivere (per via degli impegni familiari) pensavo a quanto sarebbe stato bello avere un posto dove nessuno poteva  disturbarmi, che ne so, una casa a Civita di Bagnoregio come i grandi artisti  - il regista Tornatore, ad esempio - o anche una soffitta a Nemi vista lago, come Massimo Troisi e Anna Pavignano, dove finirono di scrivere il pluripremiato Ricomincio da Tre. Tutto sommato non era poi così indispensabile: l’ho finito ugualmente.

Ci sono stati i momenti d’ispirazione notturna, l’alzarsi più volte per andare alla scrivania e buttar giù forme e aggettivi prima di tornare a letto e continuare a ripensarci, senza riuscire a prendere sonno; e quindi alzarsi nuovamente, in un’alternanza di buio e luce, assecondando nel frattempo l’uscita del gatto che si era svegliato anche lui e non capiva perché alle 4.45 del mattino andavi girando per casa accendendo e spegnendo le luci.

Ci sono molte lacrime dentro a questo scritto. Lacrime miste, non sempre dolorose, anche di gioia e gratitudine: reperire le informazioni che servivano ai fini del testo non é stato faticoso e ciò ha agevolato di molto il lavoro. Me ne rendevo conto durante la scrittura ma credo di averne avuto conferma di recente, alla morte di zia Chiara. Per arrivare al luogo del suo funerale, in Abruzzo, nonostante il navigatore mi sono persa tre volte per quelle stradine. Ritrovando faticosamente il percorso facevo un parallelismo con il romanzo: districarsi nelle strade e nella scrittura affrontando l'ignoto é la stessa cosa, avresti bisogno di una guida per non sbagliare, per  non perder tempo; se nel romanzo ogni notizia arrivava agevolmente lo stesso non poteva dirsi per la strada, e infatti mi sono persa.

Scrivere è anche assumersi dei rischi. Mark Knopfler dei Dire Straits rilasciò a novembre dello scorso anno una splendida intervista - in una splendida cornice – a Sky Arte, con parole che ricordo perché le avevo trovate ricche di significati.

Diceva che bisogna naturalmente inseguire il proprio sogno (cerchiamo tutti di farlo) ma é necessario che questo desiderio diventi una specie di ossessione, qualcosa di cui non potresti fare a meno, alla quale pensi continuamente e non appena hai un attimo ti ci dedichi, senza sosta. Dev'essere così.

Accennò poi un altro interessante concetto. Nella sua esperienza il più alto rischio dell'avere fama e successo é cominciare a credere di essere diventato "importante"; ma non si é mai importanti per gli altri, le persone sono occupate a fare altro nelle loro vite, cose più pratiche come portare i figli a scuola, mettere la benzina alla macchina, pagare le bollette; se per l'artista la cosa più importante é quella che fa - la musica nel suo caso - non lo é per tutti gli altri, per i quali la vita continua a scorrere in modo normale. Quindi non si è importanti per la gente, é importante ciò che si fa per sé stessi.

Un gran bel concetto. Mi sembra però di averlo espresso male: si capisce ugualmente?

Mi è piaciuta l'intervista e il suo rimanere coi piedi per terra pur essendo una colonna portante della musica rock, dopo aver letteralmente inventato un nuovo genere musicale.

Ora, immagino che alla fine dei giochi vi starete chiedendo di cosa avrei mai potuto scrivere: ma dell’unico argomento che conosco bene! Oggi grazie al romanzo lo conosco ancora meglio. Come dice Mark, é importante solo ciò che si fa per sé stessi. L'argomento del libro era per me importante.

Vi aggiorno sulla ricerca dell'Editore.

A presto,

V.

"La storia é sempre più grande del suo autore. E' questa la cosa più assurda, la verità che disorienta, l'interrogativo che non é neanche un vero interrogativo. E' questa l'aporia della scrittura."

Il misterioso canto che nasce da certe conchiglie, di Joy Williams 

Tratto da: In punta di penna, Volume I, riflessioni sull'arte della narrativa, minimum fax




 

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Anton Egò:
Non ricordol'ultima volta
che ho chiesto di porgere i miei complimenti allo Chef;
e ora mi trovo nella straordinaria circostanza
che il mio cameriere ...
é il mio Chef!

Linguini:
Grazie ma questa sera sono solo il suo cameriere.

Egò:
Allora chi ringrazio per la cena?


«Quanto siamo stanche io e te. Dovremmo riposarci un po’» dice Donatella a Beatrice mentre il Valium fa effetto sul lungomare di Viareggio all’imbrunire, è un dialogo che ti rimane dentro, come tutta La pazza gioia.

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