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di Valeria Ballarati

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L'Italia ha un problema con le donne?

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(...) La domanda alla quale dobbiamo rispondere è semplice: l'Italia ha un problema con le donne? La scrittrice Silvia Avallone, 26 anni, ha giustamente sottolineato che siamo state educate all'indipendenza dalle nostre madri: «Questa parola, indipendenza, mi è sempre stata detta con un tono particolare, il tono di ciò che è veramente importante. Non ho mai sentito sulla mia pelle un difetto di libertà».
Se tutto questo è vero - e qui sta il passaggio di testimone tra una generazione femminista che ha molto combattuto e una generazione ostile ai riti collettivi, ma fiera di sé e delle proprie identità individuali - è anche vero che esiste un salto tra il cromosoma acquisito di una libertà senza difetti e quello che succede nelle nostre giornate.

Bastano pochi dati su occupazione, retribuzione, rappresentanza. Le donne italiane si diplomano e si laureano più (e meglio) degli uomini, ma neppure una su due ha un posto retribuito. Una percentuale che ci pone ai piedi della classifica europea, meglio solo di Malta. E, a parità di livello, guadagnano il 16,8% meno dei colleghi maschi. Una donna su quattro lascia il lavoro dopo la maternità: su 100 bambini solo 10 trovano posto in un asilo nido, meno di 5 su 100 in uno comunale. Le donne ministro rappresentano il 21% del totale, le parlamentari non superano il 20%. Nelle società quotate la presenza femminile nei Consigli di amministrazione arriva al 6,8%; le amministratrici delegate sono appena il 3,8%. Questo significa che nel Paese esiste un gender gap, come viene definito nei rapporti ufficiali, un divario tra i generi che rende le donne assenti o deboli in tutti i luoghi - nelle aziende pubbliche e private, in politica e diplomazia, nelle università - dove si prendono le decisioni che determinano poi la vita di una società. E la modernità di uno Stato. Pasolini parlava di «un'incrostazione superficiale di modernità» che in Italia nasconde strati di realtà storicamente superati. Forse quell'analisi feroce ancora racconta una parte di quello che siamo.

La risposta alla domanda dalla quale siamo partiti è dunque «sì». L'Italia ha un problema rispetto a quel 51,4% di popolazione che è costituito da donne.

È legittimo protestare; è vitale agire sul terreno. Senza vittimismi fuori tempo, senza attribuire tutti i mali a un nemico, ma senza il timore di mettersi in trincea finché il sistema non diventerà equo ed equilibrato. Se l'obiettivo è «più donne», uno dei rimedi può essere una legge che temporaneamente imponga quote di presenza femminile ai vertici delle istituzioni, dei partiti, delle imprese. Può sembrare una piccola cosa rispetto alle profondità toccate dalle riflessioni di queste ore. Ma è un passo per scuotere il Palazzo, per scavalcare fossati che resistono a lasciarsi colmare dal basso. Il gradino di un 30% obbligatorio, che sta creando onde riformatrici nei Paesi dove viene sperimentato, rappresenterebbe un trampolino per creare movimento e rinnovamento. Avendo subìto a lungo il non merito di altri, per le donne è molto difficile essere avviate verso un recinto, contate e rinchiuse in una percentuale stabilita per legge. Resta però una delle poche soluzioni - bipartisan - che possiamo spingere subito in cima all'agenda politica nazionale. A patto poi che nelle quote finiscano nomi scelti in base a quell'incrocio di talento e volontà che determina il merito delle persone. L'augurio è che alle nostre figlie questo 30% possa un giorno sembrare uno scherzo antico. (...)  di Barbara Stefanelli  

Fonte

 

Bello questo articolo di Barbara Stefanelli al quale vorrei aggiungere due parole. Io credo che non tutte le donne siano state educate all’indipendenza. Le figlie di madri cresciute per cultura retrograda all’ombra di figure maschili – padri, fratelli, nonni – non hanno potuto evitare il condizionamento e quindi comprendere meglio il significato e il valore della loro individualità, della loro femminilità, del loro poter essere “persone” tanto quanto gli uomini.
In queste realtà c’è sempre stato qualcosa di minore nell’essere femminile, e il potere esercitato dagli uomini su queste donne é qualcosa di molto antico e radicato in entrambi, al quale le donne stesse si assoggettano un po’ per ignoranza, un po’ per consuetudine e anche per modestia. La presa di coscienza in questi nuovi termini, per molte di loro, è recente. Ed è un bene anche per quante ancora non l’hanno realizzato, e sono molte.
E’ La Bella Addormentata, come dice la mia amica Ornella -  la bella addormentata Italia, femminile e maschile aggiungo io - che si sta risvegliando.  Umilmente, come è solito delle donne.

 

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