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di Valeria Ballarati

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Nominare gli animali

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Il gentile Prof. Gensini ci sta introducendo a una materia interessantissima - Filosofia del Linguaggio - anche in relazione a un argomento che, come sapete, ho a cuore: gli animali e i loro diritti.

Ma partiamo dall'inizio. Al corso avevamo detto che la Filosofia del Linguaggio della Scuola Romana sosteneva che il linguista non poteva lavorare senza essere al tempo stesso un pensatore filosofico (visione che mi piace molto rispetto alla filosofia analitica) e che lavorando su ipotesi teoriche – e non sui dati come nelle scienze fisiche – proprio questo rende interessante il passato e permanenti i problemi che la filosofia si è posta.

Inoltre, grazie all’etologia e alle altre discipline moderne sappiamo oggi che i linguaggi sono di norma ‘specie specifici’, e completi, all’interno della nicchia ecologica (alla Tomasello) in cui vengono adottati.

Fatte queste premesse, mi sono incuriosita nel leggere il passaggio della Genesi in cui Dio chiede ad Adamo di dare nomi agli animali. il punto é questo:


19 Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.
20 Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l'uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile.


Posto che, inizialmente, in un versetto precedente, Dio dice all'uomo che domina sugli animali, in seguito però gli assegna il compito di "dargli un nome".

Mi sembra che questo passaggio possa nascondere qualcosa di importante, e cioé: potrebbe essere stato il gesto di nominare NON un semplice atto descrittivo ma assimilabile a un atto performativo? L'atto performativo é quello che conferisce un nuovo status al pronunciare di una formula, come quando si battezzano le navi, o si diventa 'Dottore' alla Laurea dopo che la Commisione pronuncia la famosa frase. Questo gesto di pronunciare, di nominare, non potrebbe aver riconosciuto alle bestie una nuova identità? E conseguentemente un diverso status? Ci pensavo in riferimento all'oggi, l'unico termine di paragone che ho (dopotutto gli uomini non sono mai cambiati nei sentimenti, le emozioni umane non sono mai cambiate).
Quando oggi diamo un nome a un nostro animale non lo facciamo per descriverlo ma perché lo amiamo, intendendo diventarne responsabili, e da li in poi occuparci, 'curarci' di lui: mi chiedo se la richiesta di Dio potesse essere dello stesso intento. Finché non ha un nome, un gatto o un cane randagio non sono di nessuno, e per tale ragione vengono visti come minori, come 'cose'. Ma se se quello stesso gatto o cane lo prendiamo con noi, e lo nominiamo, ecco che diventa improvvisamente importante per noi, e degno di nota.

Dio, così come aveva appena stabilito che 'uomo' avrebbe indicato un essere maschile e 'donna' uno femminile, avrebbe ben potuto nominarli Lui gli animali: per quale ragione suddividere i compiti? Ma soprattutto: per quale ragione star li a 'vedere come li avrebbe chiamati'?

Se invece fosse stato un atto performativo le cose assumono un senso diverso. Un atto performativo avrebbe forse creato un rapporto di tipo diverso con l’uomo? un rapporto nuovo? Di cura?

Anche dal dibattito del ‘500-‘600 era emerso che per dare i nomi autentici alle cose bisognava conoscerle e, non avendo Abramo questa conoscenza, si disse che li nominava sotto l’ispirazione divina; ma allora c'é una contraddizione! Se così fosse vien meno l’osservazione che Dio vorrebbe attuare sull’uomo chiedendogli di nominarli (‘per veder come li avrebbe chiamati’). Appare quantomeno singolare che Dio osservi sé stesso che nomina per mezzo di Adamo, se è proprio Lui ad insufflargli il sapere: Dio saprebbe già i nomi che Abramo starebbe per dare.

Io credo che Adamo abbia dato i nomi in base a sue emozioni e rappresentazioni mentali. Era libero di nominare. Ma mi piace anche immaginare che Dio, un Dio fatto di amore, gli stesse affidando le Sue creature perché nominandole se ne occupasse. Il nome doveva forse metterle al sicuro, cosa che la più parte dei successori di Abramo non sembra aver capito. 

V.

'La facoltà di compatire non é propria del solo uomo. In casa mia v'era un cane che da un balcone gittava pane a un altro cane sulla strada." Giacomo Leopardi

 

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